Virus, file, sequestri e ricatti

Mi hanno inviato un virus, presumo, tramite un e mail e infettato il computer, per cui molti file di racconti poesie e altro, a cui stavo lavorando, al momento sono persi. Il virus si è presentato con una scritta in bianco in inglese su sfondo nero. Mio figlio che ha cercato dapprima di capire e risolvere il problema ha scoperto che era un virus che ha sequestrati i file e che, coloro che stanno dietro queste cose, chiedono persino una sorta di riscatto. In pratica chiedono dei soldi per ridare indietro ciò che essi hanno sequestrato. Mio figlio oggi porterà il mio computer da un rivenditore che risolverà il problema, nel senso di eliminare il virus, almeno così si spera. Ai miei file ci tengo, ma non sono disposto a farmi ricattare. Vuol dire che tenterò di riscrivere ciò che che mi hanno rubato. Scrivere è anche riscrivere.

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Virus, file, sequestri e ricatti

A Giordano Bruno

Marò,

Maronna mia beneritta, p’accummanzà nun sulo a penzare et sustenè
cu studio e ragiunamiento ca lo munno è tunno tunno comme nu milo appiso

‘ncielo ‘nzieme a li stelle, li pianete e ll’ati cuorp’ brillantate pe’ ‘na questione
di forze: e chest’, la matrea chiesa de li cumannante, me minacce assaje assaje.

Chiesa ‘e ‘gnurante e violenti, vonno ca io, lo sottoscritto Giordano Bruno di Nola,
dico e scrivo pubblicamente e annanzo a lo tribunale de l’inquisizione, m’annego

tutto chello ca penso e sostengo: ma comme se fa a disconoscere lo studio de li
cuorp’ celest’ e de li loro rotazione su se stessi e attorno a lu padre d’o firmamento

annommenato sole; ‘o sole che cu li raggi tutto fa nascere e fa ridere la terra sana.
Diciteme d’accidere a n’at’ommo, nu frate, nu monaco, ‘nu puveriello, ”na femmena,

pure ‘nu criaturo appena nato;diciteme ‘e fa peccato mortale e di copulare femmine
di malaffare, ma nun pozzo negare ‘a scienza d’e moviment’ d’a natura. Chesto si,

è disconoscere Dio. Me vonno abbrucià mmiezo a la piazza. Da allora a mmò ve guardo
comm’a nu figlio ca ha perz’a mamma, pate, frate e sore, Dio stesso, ma ‘a verità,

‘a verità vuje l’avite cunusciute: ‘na verità piccerella piccerella, ca nisciuno ommo ‘ncopp’a faccia
d’o munno, pure chillo cchiù gnurante po’ disconoscere, ma a Chiesa d’e sapienti

gnurant’, ‘nzerranno ‘e porte d’e libbre sacri, po’ ancora dicere: – No, nun è accussì. E ssapite
‘o pecchè. Nuje Chiesa tenimmo ‘a verità dint’o tauto. Simmo ‘o centro ‘e ll’universo. –

Sto murenno e mentre more murenno appicciato, penzo ancora ‘e criature ca se moreno ‘e famm’
e moreno dint’a ll’ignoranza, sento i cumpagnielli miei di Nola ca me chiammano

dint’o vico: Brù, jesce a lloca, jesce avimma j’ ‘a pazzià dint’a chiazza, dint’a campagna addò cresce
‘o grano. E pe’ fa crescere ‘o grano ce vò a fatica ‘e l’omini cuntadine.

A Giordano Bruno

Mi ricordo

Mi ricordo è la vita di sotto che scorre come il fiume, mentre nel suo cieco andare e nudo di coperte, rimane, soggioga indifferente e prosegue e svolta di poco, s’insinua, s’allarga tra gli alberi a picco. Mi ricordo è il cielo che di sopra figlia le nuvole che corrono come bambini e bambine di qua e di là e hanno gli occhi che s’ingrossano come adolescenti e giovani che d’improvviso eccoli adulti. E’ l’ingresso nel mondo, un gradino e via nella vita.

Mi ricordo

Mi ricordo

Mi ricordo che quando mi innamorai di Trizia, passando nella curva di via Cappuccinelle, per andare all’oratorio salesiano, tra un palazzetto, un basso murato e l’altro abitato dalla famiglia di Gaetano Arillo, c’era una pianta rampicante dal profumo intenso e ubriacante. Il profumo di quei fiori saliva alle narici, nel cervello e in picchiata scendeva nel cuore. Mi portava dritto a lei. E precipitando a quattro zampe, parlavamo il linguaggio delle fusa.

Mi ricordo

Scrivere, una lunga pisciata intermittente, compreso la morte, anche l’amore

Io, e non un altro, scrivendo in modo e non significando altro, come fosse più che una metafora, una pizza fritta spacciata per una pizza al forno o un bel piatto di penne con sugo alla genovese o tutt’al più l’alter ego o uno pseudonimo o un eteronimo in atteggiamento laterale e, qui, tra l’altro non c’entrano né Geronimo e né il Gerundio micro o in generale; potete anche non crederci, eppure mi chiamo proprio Gerundio, quando si dice che all’anagrafe degli impiegati stolti, sordi e analfabeti, e non tiro in ballo né l’asino e nemmeno la capra, ho scritto un libro che ha scelto e ha spinto di chiamarsi: Cinquemila pagine, addirittura dopo la sfuriata iniziale dell’incipit, della parte centrale e quella finale, ambigua, perché nonostante fosse finito, potenzialmente e praticamente potrebbe continuare in un altro libro o il suo prosieguo, intitolato: Il libro che non finisce mai. Nel senso di andare a rompere e mandare in frantumi se non il concetto, l’atteggiamento posturale del millenario libro più famoso al mondo eppure meno scritto in senso lato: Il blocco dello scrittore.

Comunque sia, così come viene o come va, il libro che ho scritto, scimmiottando o scopiazzando nessun celebre scrittore, si chiama: Una lunga pisciata intermittente, a prescindere, dall’incontinenza vescicale di tipo artigianale, compresa la morte, persino l’amore. Una lunga pisciata intermittente non è un offesa allo scrivere e tanto meno a pisciare: è semplicemente un momento di raccoglimento, un bisogno fisiologico che va coltivato come un sogno, un utopia, un desiderio di nessuno arricchimento materiale.

Questo perché quando uno scrive, con tutto il trasporto possibile e romantico o proveniente dalla trance poetica o mefistofelica, nel senso di scrittore e poeta maledetto, che è in noi è più una cosa artigianale che chi sa quale sfaccimma di cosa è scrivere o che maronna incredibile e imperdibile sta facendo, ma solo il bisogno, la necessità di una pratica che emancipa, confrontandosi, se stessi.

Artigianale e pisciare, sicuramente combattono dal basso, con tutti gli annessi e connessi con i ferri del mestiere che si fatica a riconoscere tale, ma se vogliamo pure dall’alto, sia il blocco dello scrittore o dello scrivente, ma anche il disagio di esistere, vivere e viversi.

Scrivere, una lunga pisciata intermittente, compreso la morte, anche l’amore

Passerà

Passerà.

Anche stavolta passerà.

Così come le altre volte.

E come una malattia virale,

se ne andrà come è venuta.

Un semplice raffreddore.

Passerà.

Come quando sorge l’alba

e il tramonto chiude la porta

in faccia al sole.

Passerà.

Come il fiore di cui

non sai il nome

se non rossa, bianca e dea,

sai che è la rosa: e, anche

in primavera appassirà,

mortale.

 

 

Passerà