Passato, presente, presente.

D’improvviso, come spesso è il pianto improvviso di un bambino che sembra un capriccio d’altri tempi, sono catapultato e immerso in un immagine ravvicinata, tanto da vedere i due visi, tanti sono i soggetti che ho inquadrato come se avessi tra le mani dei miei occhi una cinepresa, in primissimo piano come un cuore che batte forte ti sale in gola ma non vedi né il cuore né la gola che quasi stringe come un cappio (e  una visita successiva dallo specialista ma anche molto precedente)ma che in realtà non ha nulla di malato o patologico se non l’immagine e le precedenti radici dell’immagine stessa in cui giacque e giace, cioè la realtà. E’ un bambino, avrà sette otto anni e col viso senza sorriso ma dolente col silenzio di nessuna parola si mostra:è appoggiato a un muretto di un metro o mezzo e vi è appoggiato: ha una coperta indosso, ma che gli lascia la testa e il viso scoperto. Mi guarda e guarda una donna a poca distanza:presumo sia sua madre, è giovane e anche lei non proferisce parola alcuna. Mi poggio anch’io(presumo che quello che guarda e sta a contatto con i due sia io)al muretto e neanche io parlo, non mi vengono: forse piango. O forse piange colui che guarda ed è a contatto con i due, cioè madre e figlio.

Passato, presente, presente.

La capretta cieca

Eravamo lì, in quel agriturismo tra la strada di infinite vie di niente e nessuno e un infinità di gente e negozi e merce e, alle spalle del ristorante tra alberi un po’ di verde qua e là, una recinzione per galline, galli, oche e un gallinaccio caprone e forestiero e, una discarica… e nel recinto di capre, arieti e montoni, una capretta, l’unica, che chiamata con lo schioccare delle dita, strusciando tra muretto, porte di legno e in ferro, s’apriva con l’istinto e s’indicava con l’udito la strada verso i bambini e le ragazze più grandicelle per ricevere volentieri il contato umano delle carezze. Un signore alla ragazzina che carezzava la capretta e da cui ha saputo il male che l’affliggeva l’animale le ha detto: – Sarebbe meglio ucciderla visto che anche quelle altre la prendono di mira spingendola coi fianchi con le zampe e con le corna. – La ragazzina con gli occhiale e la macchinetta per i denti ha risposto:- No, meglio accudirla- e, ha sorriso. Il vento muoveva gli alberi, i rami, le foglie.

La capretta cieca

Mi ricordo

Mi ricordo il cielo quando si comporta come un bambino che fa i capricci o se ne resta incantato, sguardo autistico, faccia a terra. O quando le mucche mute pigolano il verde, sapendo ciò che le attende nel cammino votato al macello.O quando le rondini testarde aspettano il segnale del ritorno di un andare e venire nei cieli che si susseguono come operaie assunte e poi licenziate. O quando le grida dal mare sono silenzi senza speranza.

Mi ricordo

La poesia è anima bella e ‘nfame.

L’anima del grande poeta Giacomo Leopardi è un corpo brutto e cadente.L’anima è la poesia ma si è accanita e concentra dentro e fuori di lui.
Più l’anima è sporca, perché corpo massacrato, più essa risplende.
L’anima è uno specchio mai in frantumi e sgobba per il corpo prigioniero.
L’anima gioca a guardarsi. L’anima è il passaporto che non costa nulla.

Chi più ha dato carne all’anima e ha vestito il corpo velato dell’anima?
Giacumino, chillo scurtecato scartellato d’a ginestra ‘e ncopp”o Vesuvio.
Isso, ‘o poeta di Recanati ca cammenava pe’ dint’e viche tra santa Teresa, ‘a Sanità, via Toledo e i Quartieri Spagnoli. Isso, cu chella resatella ‘ncopp’e labbra curiose e ‘e mammalucco, teneva e cosce chiatte e pesante e ‘o piezzo di sopra sicco, comme si fosse stato ‘nu malato ‘e tbc. L’anima è il corpo nudo.

L’anima è il corpo bello e armonioso: di sicuro non di Giacomo ‘o poeta.
L’anima è il corpo brutto e sgraziato; di sicuro di Leopardi ‘o recanatese.
L’anima è il tentativo di staccarsi dal corpo.Quando si mette a tacere il corpo, l’anima è del diavolo, umano. L’anima è la recita a teatro.

Più si recita più l’anima si materializza nell’occhio di bue.
L’anima è l’armonia invisibile dopo ogni delitto.
L’anima è il baro che sa di barare e imbrogliare.
L’anima, come la razza umana, non ha confine.
La differenza tra anima e corpo è nella visuale ristretta e vasta.

L’anima è il tempo che passa.
Inseguirla per catturarla e farne farfalla da teca è da circo equestre.
L’anima è la varietà degli animali.
Il corpo degli animali non ha bisogno di vestiti.
Gli animali sono l’agnello sacrificale.

L’uomo ha vergogna delle propri nudità.
Gli animali che non hanno l’anima no. Si accoppiano senza girare film porno.
L’anima è sempre nuda; ed è per questo assillo che si nasconde e fugge.
L’anima è terra estrema.
L’anima è l’ascensore vuoto dell’uomo.
L’anima è il deserto del corpo.

L’anima è la voce afasica disumana del corpo.
L’anima è come la morte; silenzio di polvere che non si può comprare.
L’anima depositata a fermentare nel corpo sgraziato e di scorfano,
di Giacomo Leopardi, ma pure Ranavuottolo e Scartellato.
Se dio esiste, si vede: gli, gode, si arrapa; insomma,
gli piace torturare questo tipo di persone

Isso si è sobbarcato il peso
dell’anima e della poesia, come Giuda quella del tradimento più famoso sulla
faccia della terra, secondo la chiesa cattolica romana.
Cosa doveva soffrire stu povero maronna?
A chi aveva acciso pe’ scrivere sti quatte poesie ‘e merda divina?
Eppure, ‘a mamma era si severa, ma era ‘na bella femmena.

Il padre pure, anche se era ‘nu chiacchierone,
pur’isso nun era mica ‘nu cachisso ‘nzuarato, cioè un loto. ‘Nzomma, esteticamente,
nisciuno penzava ca avesse mis’o munno ‘nu scorfano di nome Giacomo.
Ma Giacumino ‘o Ranavuottolo l’hanno visto ncopp’e Quartieri Spagnoli.
Forse nun ce credite, ma ‘a gente dei vicoli è uscita dai bassi e in corteo ha

partecipato alla festa di matrimonio tra ‘o Scartellatiello e ‘a ‘nnammurata
soia. E doppo tutti a festeggiare abballanno, cantanno e mangnanno.
E si vulite vedè comme s’ chiamm’a sposa ‘e Giacumino,

basta ca jate ‘a sezione d’o municipio di piazza Dante e cercate
dint’e documenti addò ce stà scritto:si certifica l’avvenuto matrimonio tra il signor Giacomo Leopardi, (ca nun ha mai visto tuccato e assapurata ‘na fessa fresca

o ‘na sciuscia vecchia, fosse pure chella ‘e ‘na zoccola o ‘na puttana:ma chesto s’intende, nun sta scritto; eppure ‘a carne s’ jetta, specie quanno ll’acqua è poca e ‘a papaera nun galleggia)di Recanati e la signorina Poesia Figliola.

La poesia è anima bella e ‘nfame.

Ti amo

Ti amo. Morirò senza dirtelo. Perché? L’amore è questo. Null’altro che questo. Certo. E mentre Robertino, così era chiamato dai suoi amici, pensava, si rifugiò nel colto alto e nei bottoni della sua giacca nera impermeabile per difendersi dal freddo che mordeva le mani.

Ti amo

Vedi

Vedi, di certo vedi. Sicuro, vedi. Si è alzato il giorno, la luce che ieri non c’era e ora inonda tutto come il mare che stramazza sulle spiagge e le scogliere. E il cielo si apre come un fiore e spunta come il fungo dal grigiore della nebbia e dell’umidità. E’ la luce, la vita. Tu vedi luce e vita: e, il vecchio che avanza quasi morente e la ragazza innamorata del colore.

Vedi

Mi ricordo

Mi ricordo che a casa mia, anche in quella vecchia, nel centro antico, dove sono nato, in cui le pentole, i coperchi e i piatti scomparivano e comparivano con colori diversi, sulle discese, i palazzi e le mura sgarrupati e i vicoli colmi di pozzanghere nere e lucenti, gioco ancora a perdifiato, nonostante dall’alta parte del tempo della vita, c’è una ricordoteca che di volta in volta è campo e giardino ora ben curati o ancora incolti e selvaggi di fame, con i suoi intrichi; e mare, e pesci di porticcioli e banchine e barche morenti o col muso verso il sole che calava a picco; e rimasugli di ogni cosa che andava la dicitura umano. E ricordi.

Mi ricordo