Cuori

Cuori di pezze a colori. Cuori infranti, a scudiscio e a tamburo di pelle alla cromatina. Cuori di camoscio innamorato, silenzioso, innevato, boccheggiante, a sangue freddo, altra vita. Cuori svernati, mangiabili al tatto e alla vista. Cuori lontani, la musica dell’inquietudine. Cuori sperduti in nessun luogo, il marchio sulla pelle viva, i corpi fuggitivi nei dove. Cuori scheggiati di anime in disuso, scarnificati, raspati, divulgati ai più, sui verdi crinali. Cuori ad acqua, benzina e diesel. Cuori corroborati dalle onde equidistanti dell’universo. Cuori implementati. Cuori occhio al bersaglio, nella polvere, nel fango, al cielo. Al cuore fingi.

Cuori

Emiliano Morena

Assai probabilmente stamattina, quando andrò in palestra, cioè tra poco, inizierò la mia prima investigativa. Cercherò di scoprire l’atto criminale di cui sono stato oggetto per la seconda volta, almeno da quando ho riflettuto su due mancanze dalla mia tasca di destra. In pratica mi sono accorto, la seconda volta con certezza matematica, che qualcuno in palestra ha messo le mani nella tasca destra dei miei pantaloni asportandovi le monete di euro che sono abituato a portare nella cifra oscillante tra i sette otto e dieci euro. Ho tale abitudine per pagare qui e là varie cose tra cui il pane, il giornale, un parcheggio, il caffè. Adesso devo andare, il seguito quando ritorno.

Emiliano Morena

Il mio primo romanzo di successo

Quando scrissi il romanzo Si vede che siamo di questa terra, lui, il romanzo, ebbe un successo, mo ce vò, incredibile.A dispetto di tutto, mi allontanai di dieci passi, un po’ come contare fino a dieci, i dieci passi, che sono una distanza grande quanto un oceano, perché anch’io rimasti sorpreso e basito. Infatti sia l’oceano sia i dieci passi erano nel giardino incolto della mia villa immaginaria attribuitami da Nino ‘o Pallista. La villa non c’è e lui, in seguito a una malattia, è morto. Lasciando una scia di debiti. Il mio secondo romanzo, La vita di Nino ‘o Pallista, sottotitolo L’uomo che si era indebitato fini al collo, anche lui al primo posto nelle classifiche nazionali e mondiali, mi ha fatto dire: – Azzò! Stong ‘o primmo posto.- Sono seguiti altri romanzi di successo e mi sono allontanato via via di dieci, venti, trenta quaranta eccetera passi che ho quasi circumnavigato la crosta terrestre

Il mio primo romanzo di successo

Mi ricordo quando sono morto

Avevo le labbra di un bambino, gli slanci della coda di un cane e, lasciavo i peli bianchi della mia pelliccia di piccolo orso che lasciavo in giro perché ero rimasto indietro e ancora i denti di latte, le braccia di due rami di un alberello battuto dal vento e i sogni erano attaccati alle nuvole e al freddo precipitavano da sopra e sbucavano da sotto. Cercavo sempre di metterle in tasca, intendo le nuvole, ma quelle, uscivano fuori da tutte le parti. Quando sono morto dormivo come un ghiro appena sposato alle ghiande e alle castagne. Avevo la coda di lucertola e mi muovevo a mio agio come un gabbiano a svolazzare. Stavo bene quando sono morto, non piangevo. E ho ricevuto delle dure critiche che le critiche son diventate celebri. Il fatto era che di lacrime non ne avevo più perché correvo veloce, e le lacrime, s asciugavano come i panni stesi del bucato stesi al sole, mentre abbondavo in risate originali e sorrisi schietti. C’era chi diceva che avevo la faccia tra un pagliaccio, un saltimbanco e un poco di buono visto che una mia fidanzata, mia moglie, la terza e la mia amante russo cubana, quando a loro giravano le scatole mi tradivano per una manciata di fave con la pasta militare. Un po’ come quando molti soggetti affittano case sgarrupate o quei bassi umidi e malsani e vi stipano i migranti. E più ne mettono e più guadagnano senza dichiarare nulla al fisco. E la domenica vanno a messa. Mangiano il corpo e bevono il sangue di Cristo. Pure contriti. E si assolvono. Dai peccati. Che ci sono più peccati di questi peccati, dicono loro. E poi, dicono, non far sapere queste cose che è meglio quando gli altri non sanno i fatti tuoi. Avevo la testa sfasciata come il corpo di una mucca o di un agnello, le ascelle e le budella in bella mostra, condite con l’alloro e la salvia: in quelle condizioni non potevo andare in giro o presentarmi da qualche parte. E così sono morto. Ridevo.

 

Mi ricordo quando sono morto

Mi ricordo Antonia Spagnolini

Latte e miele. Il buio.
Il fuoco e le braci
del cuore. Le ombre.
Latte e miele.
La pelle e le albe
della passione.
Latte e miele
i capezzoli turgidi
privi di tramonti futuri.
A monte capelli corvini
esaltano le nudità

del’anima
di Antonia Spagnolini.

E chi è Antonia Spagnolini?

E’ la protagonista principale

di Chimera, libro di Sebastiano Vassalli.

Antonia Spagnolini nata e vissuta tra l’inizio e la fine del ‘600 non è un personaggio di carta, ma una ragazza realmente esistita. Aveva gli occhi neri, un neo sul labbro superiore, capelli corvini e labbra rosse come le ciliegie. Morì tragicamente. Sono innamorato di lei.

Mi ricordo Antonia Spagnolini

‘Mbriacat’ d’o sole ‘e sang’

Quanti vvote simmo jut’,
mentre ‘o core sperava
dint’a stu mare argient’;
quanti vvote simmo venut’
sott’a stù cielo grige.

‘Ncopp’a sti scoglie
aadò so’ passat’e pate
nuoste e pure i nonni,
‘nzomma tutt’e pate
d’o Noviciento.

E quanno ce stà ‘o sole
se vede a rena nfunno
e tutt’ chilli pisce comm’o
‘o pintarrè, ‘a vavosa, ‘o
scuorfano, ‘a perchia,
‘o mazzunciello.

Ma ce stanno pure ll’ombra:
pare ca camminano comme
si stesseno ncopp’o molo
a passià cu ll’antiche e ‘e
nuove coppi”e ‘nnammurate:

parlano zittu zitto,
sciusceneano i segreti d’e pparole,
rideno comme fanno ‘e criature
senza diente e ‘nanz’,
s’abbarcciano comme si foseno

ancora ‘e chesta terra
‘mbriacata d’o sole ‘e sango.

Nun s’ mor’ accussì, tanto pe’ murì.

Chi chiagne over’ se sape: song’ ‘e mamme.

Teneno semp’e llacreme pronte comm’e ccriature

ca picceano e, ‘o pietto squartato, comm’e puttane

quanno s’ venneno ‘a clientele d’e maschi.

‘Mbriacat’ d’o sole ‘e sang’

Mi ricordo

Era sera tardi, diciamo pure notte nera, e bellissima, perché si mischiava al blu sia delle stelle che del solito alone dei tuoi occhi. Sicché mentre mi accoltellavi perché non potevi fare altrimenti, mi regalasti la luna. E così parlavi e parlavi e insieme mi guardavate. Avevo anch’io qualcosa da dire. Volevo dirti che laggiù, oltre la collina, ancora più giù, sotto quattrocento scalini, in una fitta selva, c’era il mare lontano come le barche e i battelli all’orizzonte. Mi limitai a indicarti un punto e tu, che una sera prima avevi suonato il pianoforte nel soggiorno nella casa dei tuoi genitori, mi carezzasti incatenata di libertà. I tempo disegnò i suoi archi i venticelli accalorati e le colonne bianche rilucevano le labbra.

Mi ricordo