Un sacco di tempo a star solo con le parole

– Perché leggi? Tra l’altro il più scemo

dei libri costa una cifra. E poi, perché leggi,

si perde un sacco di tempo a star solo,

perché leggi, per dimenticare te stesso?

– chiese Antonio.

Ma prima che l’amico potesse rispondere,

incalzò. – E poi, perché scrivi? Vedo

che anche quando vai al cesso, ti porti

dei fogli bianchi e scrivi, scrivi, scrivi

e spesso butti tutto nel cesso-

e, finalmente, Antonio si azzittì,

di quel tacere senza pace come se

si fosse abbeverato alla sorgente.

Giuliano guardò nel vuoto, a cercare

il niente nel vuoto, come a modellarlo e,

dalle borse di parole che portava appresso

come un barbone, insieme all’inquietudine

disse: – Leggo, scrivo, leggo e scrivo

ancora…oltre che per vivere il presente

attraverso altri mondi immaginari, per

prepararmi alla morte. Vorrei affinarmi,

e giungere al traguardo, e riposare,

germinando e volare con le

ali del leggere e scrivere –

Un sacco di tempo a star solo con le parole

Milano Napoli Calatapiano Sicilia

Era il sabato del 14 agosto del 19 … faceva tanto caldo; da morire, anche se c’erano altri motivi che facevano morire; e, lo scempio, la putrefazione, il fetore nauseabondo, ovvero il patto tra politica e il malaffare camorrista resisteva, proliferava, giacché si era inchiavardato, storicizzato. Gli interessi a loro favore erano una manna dal cielo, attraverso la dicitura “emergenza continua”, in modo da ottenere sempre nuovi finanziamenti per la costruzione di nuovi inceneritori, a danno dell’intera popolazione. E a parte i bambini a nessuno importa del popolo. Fatto scemo è sempre buono. Insomma, un offesa che giungeva a colpire la parte più intima e sacra di ogni persona; un offesa inferta ai napoletani in mondovisione. L’aspetto tragico e farsesco: barare, col gioco delle tre carte, e dare la colpa di tutto, ai napoletani sporchi, incivili e, ladri. Il partito razzista del Nord non faceva altro che vomitare schifezze su Napoli e l’ intera provincia. Semmai le migliaia militanti e votanti di quel partito erano gente del sud e di Napoli emigrata negli anni Sessanta. Dimenticando chi che si è stato, dove si è nati e come si è vissuti. Ma la finta brava gente, si riconosce anche nelle cabine elettorali.

Svendersi per un piatto di lenticchie, suicidare la propria dignità al posto del corpo, dimenticare chi ti ha messo al mondo, leccare il culo e i piedi al capitale/padrone /padroncino di turno la moda autoimposta.

Da qualche parte cadeva cenere. Dal cielo. Portata dal vento. Cadeva invisibile e, lieve. Si posava a terra e sopra ogni cosa. E anche negli occhi. Nel sole e nella luce. Nelle nuvole squadernate. Di notte, al buio. Cadeva. Come un pensiero ricorrente, un dolore pulsante, cadeva. Cadeva dai fianchi con zoccoli d’animale. Dal vulcano cadeva sangue di terra. Scendeva lava incendiaria e, cennere. E borbottii, silenzi squarciati, silenzi ronzati, boati trattenuti e, cenere. Invisibile. E leggera, cadeva tutt’attorno. Iddu, orbo, guardava, da sotto co la panza e li visceri. E, murmuliava con le parole dell’antico linguaggio d’o caos d’o brodo primordiale. Vummecanno lava, foco, lapilli, craune e craunelle e, cennere a bassa intensità. E idda, la cennere, s’appujava, camminando i binari dall’universo. Era vierno 0’cuntrario. Cioccava cennere, a cummigliari i cristiani del camposanto e della villa comunale. E anche i bagnati del luogo e i furastieri addivintavano nivuri di cennere a rimanere distesi o seduti o dopo un bagno in mare. E cennere anche sul giornali e le riviste di gossip sparse qua e là sulla spiaggia.

Era lo scenario di terra, di fuoco, di mare e di cielo oltre che di facce che attendava locali e forestieri.

Sono molti i giovani in cerca di lavoro. Sembra una condanna. Eppure lavorare non è cosa allettante.

E non è nemmeno un elemosina. Dare soldi o un vestito dismesso è un l’elemosina che offende e ferisce.

Mario e Giulio, due amici di Napoli, diplomati appena da un mese anche se in ritardo a causa di qualche anno ripetuto e quindici mesi da militare, avendo in terza ottenuto il rimando militare, viaggiavano in auto a gran velocità possibile e con una grande rabbia in corpo, diretti in Sicilia, attraverso l’autostrada. Avevano le palle piene da varie scocciature e dalla munnezza con cui convivevano da anni e anni. Giunti alle sei di mattina, s’imbarcarono, su un traghetto, in partenza dalle sponde di Villa S. Giovanni in Calabria e a Messina. Mario comprò il giornale locale. All’interno, nelle pagine centrali erano riporti vari articoli, sul terremoto maremoto che colpì Messina e Reggio Calabria alle 5, 21 del 28 dicembre del 1908. La gente sul traghetto iniziò ordinatamente a prepararsi per scendere a terra. Mario rivolto a Giulio disse: – Abbiamo attraversato una zona altamente sismica e con forti correnti tra le due sponde. Vogliono costruire il ponte sullo stretto –

– Ne parlano soltanto. Fino a quando non avranno chiaro come spartirsi la torta – commentò Giulio.

C’era quell’uomo, avrà avuto quarant’anni, che il sabato mattina era molto contento per il fatto che lavorava al massimo fino alle 14,00, poi andava a casa di sua madre, poiché non era sposato e non aveva nemmeno la fidanzata, e pranzava. Poi riposava un paio d’ore. Al risveglio si lava sotto il lavandino attiguo alla cucina e al cesso. Si radeva la barba. Dava la settimana alla vecchia madre che aspettava quei soldi per fare la spesa per il pranzo della domenica. Quando il suo principale non lo pagava stava come un pazzo. Un animale in gabbia. Ma per fortuna quel sabato aveva ricevuto la settimana di paga. E via, a puttane. Avere un lavoro è importante anche se a pensarci lavorare non solo stanca, ma uccide l’anima, oltre che il corpo.

Avevano prenotato a fine luglio, per telefono e inviato un anticipo tramite conto corrente. Il campeggio si trovava a Calatapiano e dovettero percorrere vari chilometri. La prima cosa che colpì i due amici era la luce. Una luce abbacinante. Superiore alla stessa luce del sole. Forse era la stanchezza, o un effetto ottico dovuto alla vicinanza del Nord Africa o davvero era una luce che stordiva i sensi. Si trovavano a un passo di via dai Giardini di Naxos. E più in là, alzando lo guardo, Taormina: fatta di curve, rocce limate, targhe, locali, teatro, amici e forestieri, tra cui molti italiani. Giunti nel campeggio, aspettavano fuori la direzione che fosse assegnato a loro lo spazio per montare la tenda di quattro posti. In vacanza, si dissero, non si può mai sapere. In sintesi era questa la loro filosofia della solidarietà e dell’amicizia. E, caso mai, dell’amore. Verso le nove arrivarono tre ragazze che appena uscirono da una Renault quattro si sgranchirono come sanno fare i gatti. Sembrava miagolassero, ma da scampoli di conversazioni avevano l’accento milanese. Dopo i miagolii e gli stiracchiamenti, sbirciando di nascosto Giulio e Mario, scaricarono una tenda e vari borsoni. Due erano brune e avevano capelli corvini. La terza bionda e occhi azzurri, si lisciò i capelli spesso e li raccoglieva dietro la nuca. Fu la prima a sorridere all’indirizzo di Giulio e Mario, che, ricambiarono. Il terzetto iniziò a montare la tenda. Si muovevano alla svelta e dopo circa un quarto d’ora erano a buon punto. Poi, improvvisamente l’impalcatura crollo. Sui loro volti affiorano stanchezza e disappunto. Parlavano di un viaggio lungo e faticoso e citarono la città di Milano. Giulio e Mario, trattenendo robusti scoppi di risate, offrirono subito aiuto. Nonostante fossero ancora immusonite, poi, iniziarono a ridere tutti insieme.

Era l’inizio di un’amicizia, come lo sono tutte, o quasi, quelle che nascono e muoiono d’estate.

Iddu, ‘o gigante d’a muntagna, juorno e notte, faciva spaventu a gruosse e picciriddi, come ‘o mammone a li ccriature. Poteva calare all’improvviso e rapire i picciriddi che si tenevano ai camicioni sporchi di olio, latte e pummarol’ delle mamme. Iddu, con la forza di un ciclope e la velocità d’o liupardo, steva ‘nchiuso dint’a ‘na gabbia picceridda. Iddu si putiva arrisbigliari da un momento all’altro. Iddu, carreco di fichi d’India e crisommole e li percoche vellutate e sapurite assai ma proprio assai dint’a lu vino bianco e freddo e, limoni zucosi e con i fianchi coperto di basilico odoroso fino allo stordimento dei sensi, avrebbe vomitato l’ira di Dio. Accussicchè, bello e buono, putiva succederi ‘u finimondo. Iddu, da seculi sopra a seculi, dentro l’aria rarefatta e silenziosa più del silenzio delle stelle, e con laghetti limpidi e qualche ghiacciaio, se ne stava cu la cimma e la vocca spalancata aint’e nnuvole nivure e chiagnazzari; e, guardava, mo sospettoso mò suspirannu co i so occhi cisposi di scazzimma, foco, cielo, ventu e pietre ca iddu stesso arrevutava. E, da sotto sotto, dint’o stesso tiempo, faciva paura la so panza ‘nturzata di movimenti, assestamenti e risbigli sismici e tellurici e ‘ncapricciati; ‘nzomma, primm’a tutto, facivano paura, li so viscere di foco sempre appicciato.

Come i pupi dai fili, il sole, sospeso, è tenuto dall’azzurro: scodella i muti dardi nella padella della terra; la terra in assoluto, quella di uno spicchio dimenticato dal padreterno e quella del paesaggio a occhio nudo; e quella di sottoterra ca trummulea come se fosse una barca in mare quando sale il vento; e, i contrasti nell’aria, sono zaffate dolci e feroci, sincopati nella carne, un tango che alimenta la vita e la morte locale.

E a un certo momento, il cuore batte forte, cchiù forte come ‘o rummor dei binari del treno. Senza una ragione, se non quella di una musica interiore che si sposa e mai si divide nell’immediato, ma semmai nei secoli. Il motivo, dice l’anima, è l’intensità e il contrasto di luce; e, della bellezza, che stà llà, comme ‘na sfida tra la natura, gli animali e l’essere umano. Un energia elettrizzante e al contempo un energia che stanca che diventa fatica e, spossa le vene delle gambe.

Terra che entra nelle vene come la luce nella pelle. Eppure, i due amici, come tanti altri, erano lì da poco.

Ah, finalmente – disse Mario presentandosi.

– Siete stati voi due a far crollare tutto con quegli occhi – disse Carmela.

– Abbiamo seguito un corso … disse sorridendo Giulio.

– … Certo, di iettatori – aggiunse Carmela, mimando le corna.

– E’ così. I nostri poteri magnetici sugli oggetti fanno crollare le tende a distanza – disse Mario.

-Allora è meglio spostarci di qui – disse Filomena mimando una corsa.

– Calma, sappiamo anche montarle le tende – concluse Giulio.

Infatti, le tende erano ormai montate una di rimpetto all’altra. Poi battute, aneddoti, risate. E contentezza.

– Ah, dal vostro accento si capisce che siete del nord Italia, ma di quale città? chiese Mario.

– Siamo della periferia di Milano. Viviamo e lavoriamo lì – rispose Filomena.

– Voi due invece? – chiese Giuseppina.

– Napoli centro e in cui abitiamo e lavoriamo – disse Mario.

– Già lavorate. Di questi tempi è una fortuna –

– Sicuro. E, cosa importante, senza raccomandazioni –

– In pratica non siete stati costretti ad emigrare – disse Carmela.

– Anche voi di Milano siete fortunate di noi: avete più possibilità nella scelta del lavoro –

– Si, almeno fino ad oggi –

– Adesso però -, disse Mario guardando Giulio, vogliamo farci perdonare –

– Stasera vi invitiamo per una pizza e poi a ballare – concluse Giulio.

Silenzio.

Un attimo di panico, poi …

– Benone – acconsentì Giuseppina.

– Ma non è finita qui intervenne Filomena.

– Troppo comodo. Invece adesso andate al bar e ci portate tre Martini con ghiaccio – disse Carmela ridendo.

Dopo un quarto d’ora Giulio e Mario ritornarono in costume, grembiuli da camerieri sul davanti, baffi finti, la tipica coppola del luogo e occhiali scuri: – Gentili signore siamo qui per servirvi. Ecco a voi –

Ci furono scoppi di risate nel gruppo che contagiarono anche ragazze e ragazzi delle altre tende intorno.

– Adesso che avete rimediato, accettiamo più che volentieri, ma state sul chi va là – disse Filomena.

– Ehi, a proposito, quanto vi fermate?- chiese Giulio.
– Due settimane – risposero in coro.

– Anche noi. Che bello – disse Mario.

– Siore e Siori, allegria – proclamò Giulio sorridente.

Poi si diedero appuntamento all’ingresso del parcheggio, diretti alla pizzeria Il cacciatore.

Le pizze non erano state per niente buone, mentre gli antipasti avevano riscosso ottimi consensi. Pagato il conto uscirono in direzione dell’auto. L’aria era fresca. Alzando lo sguardo, le due bocche del gigante continuavano a sgorgare quel magma che appariva sospese nell’oscurità. Mario e Giulio entrarono nella Renault 4 rossa davanti e le ragazze dietro. Decisero fermarsi a un bar lungo la strada buia. Di lì a poche ore, nessuno, avrebbe avuto impegni di lavoro. Per cui – Vaffanculo ‘a schiavitù –

In quelle ore trascorse insieme si erano formate delle complicità tra sguardi, occhiate furtive, battute, sorrisi e ironie. Ognuno giocava la propria partita. In discoteca avevano ballato quasi due ore, poi sudati, esausti ma spensierati fecero ritorno in campeggio. Tra una chiacchiera e l’altra proposito delle rispettive città, e entrati in campeggio Mario, propose di andare tutti in spiaggia.

– Buona idea – commentò Giulio.

– Andiamo in tenda a cambiarci – dissero Carmela e Filomena allontanandosi.

– Giuseppina, dai, iniziamo ad avviarci io e te in spiaggia – disse Mario sfiorandole una mano.

– Aspettiamo anche gli altri – rispose lei.

– E non chiamarmi così, mi da fastidio – riprese lei.

– Tu e le tue amiche avete i nomi tipici delle nostre parti, sbaglio? – chiese Mario.

– Si, è vero, ma sono diffusi anche da noi – ripose lei.

Giuseppina aveva un espressione sempre sorridente, quell’osservazione però, sembrò infastidirla.

– Quanto vi fermate? – chiese Mario

– Due settimane – rispose Giuseppina.

– Sei fidanzata ?.. No, scusami. Sono indiscreto. Ritiro la domanda – disse Mario.

– Dai, ci mancherebbe. No, non lo sono. Diciamo che si è chiuso un periodo – disse lei.

– Secondo me l’estate dovrebbe venire almeno quattro volte all’anno – disse Mario.

– L’estate ha il potere e la magia di mettere fine a molte storie e a farne iniziare altre. Però c’è anche da soffrire tanto – disse Giuseppina.

– Si, hai proprio ragione. Esperta e saggia, non è così? – disse Mario.

– Bravo lui. Tu invece sei ingenuo come un adolescente che ha preso la cotta ed è disperato –

– No, quella è una fase superata da parecchi, però ho tanto bisogno di affetto. Sono un cagnolino –

– Un cagnolino senza peli e che straparla –

– E Carmela, invece? – chiese Mario.

– Il fidanzato viene giù la seconda settimana. Soddisfatto? –

– No – disse lui.

– Filomena si è appena lasciata, ti interessa tanto? –

– No, era solo per … fare due chiacchiere –

– Sei un impiccione, se vuoi saperlo –

– Brava, per adesso il quadro è completo – disse Mario ridendo.

Giulio, era seduto fuori la tenda, coperta dagli accappatoi e senza volerlo aveva ascoltato tutto.

A un certo punto però Giulio aveva perso qualche frase, a causa dell’abbaiare di un cane. – Facciamo dell’altro – disse Giuseppina.

– Aspetti di farlo quando ti sposerai? –

– Si – disse.

Silenzio.

– Si, la verginità è un dono. E voglio donarla all’uomo che sposerò –

– Caspita. Sta attenta alle ragnatele –

– Tu saresti quello a cui dovrei cedere. Illuso e fanfarone –

E poi, non sei dispiaciuta per me? –

– Cosa c’entri tu e cosa dovrebbe dispiacermi? –

– Come sei crudele Desdemona. Non vedi come soffre la mia carne –

– Bravo, puoi fare l’attore o lo sei già, sciupa femmine –

– Tutta sta bella carne mangiata dai topi. Un peccato, uno spreco –

– Stai sicuro che so come vanno certe cose –

– Del maiale non si butta niente e io di te mangerei tutta, unghie comprese –

– Cattiva. Sei cattiva, non ti dispiace che mi sento solo come un cagnolino. Sono tanto bisognoso di affetto, carezze e baci. Se ora mi lisceresti il pelo, pardon, i capelli, volerei – disse Mario affranto.

– Scemo ma cosa dici a quest’ora –

– No, non offendere gli animali in generale e il tuo cagnolino in particolare –

– Infatti, adoro gli animali, ma te proprio no –

– Ti prego, lo dice anche la pubblicità, non bisogna abbandonare l’amico più fedele dell’uomo –

– E poi, dispiacermi per te e perché mai? – disse lei.

– Come è possibile che non ti accorgi di come soffro?.. – disse lui.

– Poverino, hai la bua? –

– Bau! Bau! Bau! – iniziò ad abbaiare Mario: si era messo a quattro zampe e si rotolava a terra.

– Fuffy smettila. Stai buono e non abbaiare. C’è gente che dorme –

E nella notte la cennere continuò a cadere. Le loro risate trattenute s’ammiscarono a lu foco e a li stelle e alla luna chiena ca steva là llà pe’ carè a mmare. La passeggiata in spiaggia era rimandata.

I giorni passavano come quando si è presi non dal numero delle cose, ma dalla loro intensità. Ogni notte, ritornavano al campeggio a notte finita e senza sentire il peso della stanchezza, proprio quando l’alba inizia a togliersi il lenzuola della notte. Iddu, scutiliava li spalle, e la cennere cadeva tutt’attuorno. E mentre ‘a terra tremmulea, facendogli ballare lu tinghi tango di passioni, sensi, lava, cenneri e ll’ammore, la guagliunera, si addurmiva doce doce comm’e ccriature dint’e culle d’o suonno. Forse, i cinque erano innamorati o giocavano o chissà cos’altro, dietro le calamite e gli specchi dei sensi accalorati, con i cuori, le anime e i corpi, ormai già cotti dal sole.

Era già passata la prima settimana e, in quelle notti, quando Giulio e Mario, ritornavano in tenda, l’argomento principale era ‘a femmena. Si confidarono, ma senza entrare mai nei dettagli. Il venerdì della prima settimana aveva ceduto alle prime luci del secondo sabato e di lì a poche ore, in auto, sarebbe arrivato, il fidanzato di Filo, la quale prima di andare in tenda disse: – Non viene più –

Il sabato sera decisero di andare a Taormina. C’era il concerto di un famoso gruppo rock e la cosa li fece cambiare idea. Andarono al ristorante ‘U fucolare, consigliato da due ragazze bolognesi conosciute in mattinata sulla spiaggia dei Giardini di Naxos. Il riso alla pescatore fu molto buono, la frittura di paranza altrettanto, perché fresca e il vino bianco un nettare delizioso. Il resto mancia.

Prima di uscire diretti a Taormina, Mario aveva preparato il frigo portatile pieno di cose da bere.

– Quando ritorniamo in campeggio, si va tutti in spiaggia – disse Mario.
Silenzio.

Nessuno defezione. Erano tutti della partita. Ritornarono verso le tre e sotto voce, s’incamminarono a riva. Le ragazze avevano un po’ paura dell’acqua scura, mentre Mario e Giulio si tuffarono per primi. Soffiava un vento freddo. Tornarono in tenda . Ma il sonno, nonostante la stanchezza, latitava o forse per il pensiero di tornare a lavoro e riprendere la solita vita dopo vacanze, li eccitò di più, nel senso di renderli inquieti. Infatti, non riuscivano né dormire né a riposare.

L’ultimo giorno di vacanza, notte e mattina della partenza comprese, lo trascorsero quasi da svegli. E all’alba caricarono i bagagli.

– Mario, ti dispiace partire? – disse Giulio.

– Abbiamo ancora seicento chilometri da viaggiare con loro – disse Mario.

– Hai deviato –

– Purtroppo quest’autostrada è un interruzione continua –

– No, non mi riferivo all’autostrada. Infatti non hai risposto –

– Vabbuò, si, è così –

– Pare che ti dia fastidio anche ammetterlo –

– No, la tua è un impressione –

– Secondo me stasera mi telefoni che stai male –

– Esagerato. Ma non dimenticare che a giorni dovrebbero venirci a trovare le bolognesi –

– Si, ma questa è un’altra storia –

L’accordo era di fermarsi dopo un centinaio di chilometri per fare colazione e, vedersi, parlarsi.

-Vi dispiace che la vacanza sia finita? –

– No, siamo felicissime. Guarda che allegria. Sprizziamo gioia da tutti i pori – disse lei.

– La prossima tappa è tra trecento chilometri. Conosciamo una trattoria in cui si mangia bene. E si sta tranquilli, immersi nel verde – disse Mario.

– Va bene – disse Carmela.

Salirono nelle auto e corsero via. Il caldo aumentava, mancava poco per pranzare.

Si trovavano in salita e comparvero nuvole e banchi di nebbia. Rallentarono. I cartelli stradali indicavano una lunga galleria. Luce, buio – buio, poi finalmente luce. Dopo l’uscita fecero pochi chilometri a causa di un tamponamento. Passarono cinque minuti, ma era tutto fermo. Scesero dall’auto, così come fecero altri guidatori, per rendersi conto di persona cosa fosse successo.

I due, a piedi, corsero indietro per una decina di metri. Guardarono. Si, erano le loro amiche. Una, seduta davanti al lato guida, era già morta. Le altre due respiravano a fatica. Dalle altre auto provenivano urla di disperazione e aiuto. Un pezzo di vetro le aveva squarciato il torace, conficcandosi nel cuore.

Vedendoli, dissero: – Purtatece a casa nosta. Purtatece dint’a terra nosta – – Vuie site ‘e Milano? Ma dint’o campeggio parlavate sempe milanese e mmò invece parlato addirittura ‘o dialetto nuosto – disse Mario.

– Comm’è stu fatto? E accussì, site d’a città nosta?- chiese Giulio agitato per le loro condizioni fisiche.

– Pecchè stà commedia, c’avite pigliato in giro –

– No, perdunatece –

– Ve l’avremmo detto, prima o poi –

-’Ncoppa parlammo milanese soltanto per difenderci …

– Difendervi? Ma che state dicenno? E difendervi da che cosa e da chi? –

– … dal razzismo e dai luoghi comuni su noi del sud –

Dall’autoradio ascoltavano musica, le ultime notizie e le informazioni sul traffico.

Ma no, era solo un’avventura estiva, la solita. Decisero, una volta imboccati l’autostrada, di fermarsi dopo un centinaio di km a un autogrill per fare colazione.
– Allora cornetti, sfogliatelle e caffè per tutti? – disse Giulio nel bar.
Annuirono. Si salutarono e, promisero di telefonarsi lungo il tragitto. E poi, da Milano, una volta

arrivate. Avevano percorso molti chilometri e di quando in quando entravano in fitti banchi di nebbia. Rallentarono. C’era stato un tamponamento che coinvolse varie auto. Passando poco

oltre, i due amici, videro che una delle macchine coinvolte, era quella delle amiche.

-In vari punti della città si ripete la stessa scena: cittadini di ogni età scendono dai palazzi e dai bassi in strada, danno fuoco ai cumuli dell’immondizia cresciuti agli angoli di vicoli e piazze e lungo i marciapiedi. Le strade sono invase dai sacchetti neri … – diceva l’inviato

– Giulio fermati – urlò Mario.
I due, a piedi, corsero per una decina di metri. Si, erano loro. Ferite e sanguinanti, in auto.

-Cosa è successo? – chiese Mario che si arrabbiò subito per quella stupida domanda.

– Purtatece dint’’a terra nosta – dissero le ragazze appena li videro.
– Comm’è, vuje nun site milanese? Nun avite parlate milanese? – chiesero stupiti i due.
– Pecché?..- chiese Mario.
– Pe’ ce difendere> risposero.
Silenzio.
– Purtatece –

-Vulite turnà dint’a terra d’a munnezza? –

– Pe’ piacere, facitelo p’’e muorte vuoste – invocarono.

Silenzio

– Pe’ piacere, jammuncenne –

– Vulite turnà dint’a terra d’e riavule, d’e mariuole e d’a munnezza?

– Pecchè? –

– Nun ce vulimmo cchiù annasconnere –

– Almeno sottoterra –

– Facitelo p’e muort’ vuoste – disse Immacolata.

– Ja, viene ccà – invocò a fatica Filomena distesa sul sedile posteriore.

– Non far avvicinare nessuno – disse Mario a Giulio. Fece qualche passo avanti e indietro. Poi Mario si abbassò e si distese su Filomena: le alzò la gonna e, piangendo, rabbioso, la penetrò.

– Te voglio bene assaje – riuscì a dire.

Anche le ragazze o quel che si approssimava di loro avevano nell’auto la radio accesa che trasmetteva in diretta un edizione straordinaria che informava in diretta dell’evoluzione sul problema dei rifiuti. Insomma stavano verificandosi dei tumulti in vari quartieri della città, nonché in provincia.

-Mentre vi parliamo, la situazione dei rifiuti in città nell’ultima settimana, con il caldo umido, era precipitata. Vecchi e bambini erano ricoverati nei vari ospedali della zona ospedaliera collinare con problemi respiratori e da allergie. Le strade del centro e della periferia erano stracolme di sacchetti sventrati in genere dai ratti e zoccole dalle code spelacchiate inseguite dalle numerose prole, fonti di gravi infezioni –

Polizia, autoambulanze e vigili del fuoco non erano ancora giunti sul luogo dell’incidente. I due amici sollevarono i corpi e li adagiarono nel cofano del fuoristrada del padre di Giulio. E sfrecciarono via a gran velocità. Arrivati in città delle ragazze, tra le antiche rovine e cumuli e falò di munnezza sparsi ovunque, smontarono dall’’auto, e scaricarono a terra i cadaveri dei loro amori estivi. Giulio e Mario sollevarono i corpi esanimi delle tre amiche e li buttarono nel cofano del fuoristrada del padre di Giulio. E riuscirono ad andar via a gran velocità. Nessuno dei due amici attaccò discorso. Giunti in città, tra le antiche rovine vicine al mare, tra archi, colonnati e basoli in marmo e cumuli di munnezza putrescente e folate di venticello mefitico, fumi e sempre più falò incendiati e spenti dagli accorrenti vigili del fuoco, smontarono dall’auto e scaricarono i corpi di Giuseppina, Filomena e Carmela in mezzo ad altri sacchetti di munnezza che ormai ricoprivano strade, piazze e vicolo in larghezza e in lunghezza dal centro alla periferia e nelle zone collinari del Vomero e i Camaldoli la città di Partenope ‘a santa vergine ‘Mmaculata.

Sfiniti ebbero la forza di stringersi le mani e, forse senza più gli atroci dolori, mentre la città bruciava, morirono insieme.

Milano Napoli Calatapiano Sicilia

Mi ricordo

Quando la vita e le sue diramazioni scivolano via. Sono colpi di maglio da compressore. Anche per i ricordi, nei sotterranei, c’è una lotta sorda. Un fare e un disfare continuo. Persino un darsi di gomito, mentre tutto sembra un mare calmo, piatto, oleoso. E lì che come pachidermi riposano morenti. Spesso metti da parte anche quelli a cui sei più legato, e quelli che ti han fatto male o piacere, lasciando ruvidezze come a raspare l’invisibile pelle dell’anima.

Mi ricordo

Base e altezza

Melania quella mattina aveva scritto due parole, Base e altezza e a Antonio scrisse:

Se le piramidi e le montagne,

non avessero le basi, le loro

cime, sarebbero inesistenti;

anzi, paradossalmente, anche

le punte delle Alpi e delle Ande,

giacerebbero al suolo, sfarinate,

e perciò, alla base.

Melania: – Questo ha scritto un mio amico anonimo, come commento al mio post precedente. Lo trovo molto bello e profondo perché senza la base non c’è l’altezza, perché un mondo di sole basi sarebbe noioso prima che impossibile, lo stesso dicasi di un mondo fatto da sole altezze. Ora quindi si capisce che servono sia basi che altezze.

Quando abitavo in Brasile, al confine con la Bolivia, sono andata a La Paz. In poche ore, su di un aereo piccolissimo delle aviolinee militari, sono arrivata dalla foresta equatoriale, 36 gradi centigradi e 70% di umidità ai 3.600 metri di La Paz. Sulla canottiera e sopra i pantaloncini corti misi un maglione e dei jeans, con sopra il piumino che mi era servito per partire dall’inverno italiano.

E’ troppo banale dire che le differenze sono fondamentali? che la bellezza si apprezza solo per contrasto? che il problema è dosare il tutto? e sopratutto che non bisogna aver paura della differenza? Ecco, accidenti, il mio amico è sempre assai poetico, leggiadro, sensibile e profondo e io, invece, la butto sempre in politica. –

Antonio: – Un poeta non può essere che politico, anche se scrivesse di baci, cuore, amore e sdolcinatezze varie, ma evita di scriverle per non prendere in giro nessuno, il poeta, a modo suo, è un politico puro, ma lui, il poeta, nel suo essere politico, ci mette le parole che vanno messe come i mattoni di una casa antisismica; il vero poeta, non perché sia di un altro mondo, a differenza di tutto e di tutti non ha come scopo principale né secondario il potere. Il solito potere, quello per cui gli uomini diventano avidi e perdono la testa e si vendono e vendono persone, animali, natura e cose, cioè il potere, anche quello delle piccole miserie, che fa sentire al centro del proprio teatro quotidiano. Il potere in quanto tale e il potere del mero interesse personale, famigliare, di gruppo e di quartiere.

Base e altezza

Quando ti coglie il pensiero di credere di essere vivo

Se tu inquadri novembre solo perché è il 2 del mese di novembre e ti sembra di essere vivo, perché così credi che sia, e per il fatto che la sera vai a dormire e la mattina ti svegli e poi fai le tue cose, parli, cammini, respiri e mangi, buon per te. E che nientemeno ti colleghi con un blog, lo leggi e ci scrivi eccetera, allora per te novembre è novembre. E non ci piove. Oppure se preferisci termini quali acclarato o lapalissiano che novembre sia novembre, il calendario testé notorio.  Ci credo che credi in novembre. Infatti se novembre è novembre non può esser settembre. E non ci piove, anche se a novembre piove, eccome. Ma chi si contenta gode. E poi c’è chi non va oltre la punta del proprio naso. Belle sagome di uno stampo che non se ne fa più quelli che il bicchiere è mezzo vuoto e il giorno dopo dicono il contrario. Quindi in novembre accade soltanto quel che sappiamo tutti accade in novembre. Epperò, oltre di un acino di pepe non vanno. Se le cose sono così, lo saranno per l’eternità. Che l’eternità, cioè il futuro prossimo, per quanto mi riguarda è: un secolo, una guerra di dieci anni, un battito d’ali, la frazione di un secondo in cui cala la morte e, insieme, si sprigiona l’amore a prima vista, anzi,a pelle. C’è gente, singoli individui, gruppi e anche un giro più allargato e intere moltitudini che pensano, e credono, di essere vivi; invece, son morti da una vita. Lo sono da un sacco, ma solo per il fatto che trascinano la loro carcassa appresso in giugno, luglio e ad agosto, perché parchi, sorridenti e spendaccioni, perché si concedono delle vacanze.. E, addirittura, anche in primavera quando la natura rifiorisce e i giovani e persino i vecchi si innamorano, che tra l’altro novembre non l’hanno visto da secoli nemmeno dal binocolo. E persino in maggio, il cosiddetto mese dei fiori e delle rose, capita un giorno di novembre e credo ti sia capitato. E’ da un eternità che il mese più dolce in assoluto di colpo divenga novembre. Ma se te per dire che novembre è quando sul calendario arriva novembre, allora contento te, così sia. Che poi un essere umano, le ore, i giorni, i mesi e gli anni, compreso novembre, in principio di tutti i principi, li ha dentro di sé, non come date,ma vissuto interiore ed esteriore del proprio e altrui corpo. Per vivere e accettare di vivere, volenti o nolenti, si muore e bisogna morire centinai di volte prima della dipartita ultima. E ciò accade in milioni di battiti di echi lontani che novembre sul calendario non è mai esistito.

Quando ti coglie il pensiero di credere di essere vivo

I pensieri della domenica preceduti da quelli del sabato. Conseguenziali…

La domenica pomeriggio è il giorno in cui, nella parte più intima dell’uomo, nascono i più feroci e spietati serial killer della storia del pensiero umano. La domenica da un versante cola grasso dappertutto e dall’altro le cose si seccano, il dopo pranzo una stanchezza e una noia, perciò i pensieri sono di burro, ma proprio per questo, insidiosi, mefistofelici e, catarifrangenti. E così li devi cerare nel ripostiglio perché si nascondono come se fossero nelle zone buie del teatro. Sicché non brillano di luce propria, propria, bensì riflessa. Il sabato i pensieri sono di ferro con punte di ruggine. Infatti vicino al mare la salsedine, i manufatti in ferro li lavora ai fianchi. Ecco, studiare il sapere e il non sapere sulle caratteristiche e le proprietà intrinseca del tungsteno e dei metalli in genere, a questo punto della vita del pianeta, è di fondamentale importanza. Importante per sé e per i suoi. E così, apro il dizionario. E voilà, il tungsteno non c’è, non è registrato e, cosa più inquietante, non lo trovo. La cosa mi turba, mi butta giù ed entro in coma. Poi metto la testa sotto l’acqua fredda, che l’acqua fredda è come il ghiaccio nel senso che ha una funzione oltre che rinfrescante anche di vasocostrizione. Vado avanti nello sfoglio e sempre nella t trovo: tundra (sf. pianura caratteristica delle zone artiche, con vegetazione formata da muschi, licheni e piante basse), ma non tungsteno che dovrebbe stargli da presso. Invece 23 lemmi a ritroso, mi soffermo sul termine tubo, non il tubo della lap dance, e leggo: sm. corpo cilindrico, vuoto internamente, di varia lunghezza e diametro, fatto con diversi materiali e utilizzato per il trasporto o lo scarico dei fluidi: tubo di ferro, di piombo, di cemento, di gomma. Ci sono certi pensieri che nel loro incidere improvviso riempiono gli occhi dei bambini e, con minore liquidità, quelli degli anziani. Sanno di sale e si chiamano lacrime. E quando sgorgano sono calde. Nessuno medico sa, ad esempio, la temperatura media o standard dei pensieri. Se chiedete ai medici, vi rispondono picche, vattelappesca o si girano dall’altro lato, che scrivono con una pessima calligrafia le medicine per la cura del caso. Gli innamorati non si sa, in questi caso le donne fanno la parte del leone, che semmai dovrebbe essere la parte della leonessa che spesso il leone vuole mangiarsi la sua prole per accoppiarsi di nuovo con la leonessa che alla leonessa non le va di accoppiarsi non per rifiuto del sesso, ma perché c’ha paura delle intenzioni malvagie dei pensieri dello stomaco del leone che scorrazza nei dintorni e presso mamma leonessa e prole di bellissimi leoncini con certe zampone e capriole che spettacolo fantastico, che la leonessa madre dice: Infame se non giri alla larga ti graffio la faccia che ti mando gli occhi in infezione e cecità –

Che poi gli anziani rispetto ai bambini loro coetanei, sono sensibili, emotivi e piscialacrime più di quando loro erano criatur’ e piccirill’; mettiamo pure, picciriddi. I pensieri dell’intera settimana, comprese le notti, sono fili, tubi vuoti e tondini di ferro che i tondini della siderurgica bresciana & f.lli servono tra l’altro per i piloni delle fondamenta dei palazzi e delle ville e anche quelli di ponti e autostrade. Che quando certi pensieri sono tubi vuoti o dei tondini di ferro, quelli belli pieni dentro, allora i pensieri si dicono pensieri vuoti, o pensieri pieni. Poi ci sono quelli che dicono che il significato di una parola lo dice la parola stessa, allora sempre lui dice che è solo una questione di pensieri pesanti, tipo uno sopportare continuo di una guallera accussì, cioè di paposcia, praticamente un ernia colossale. E poi, per modo di dire, i pensieri di leggera leggerezza, perché loro i pensieri son fatti a modo loro i pensieri che stare lì a pensare sempre le cose serie ti ammazza. Meglio uscire e andare a bere. I pensieri leggeri girano alla larga dai pensieri pesanti, perché troppo seriosi, perciò mai una risata, mamma che mortorio. Ma quegli altri, le moltitudini dei bambini, dei poeti, dei folli e degli innamorati che camminano per il mondo e l’universo intero dicono che i pensieri sono profumati e, che basta solo annusarli quando nascono e girano attorno alla testa, in bocca e sulle labbra. Il cuore dei pensieri è nel vento. Bisogna spesso Quando soffia il vento, spesso, bisogna tenere le mani a coppa per trattenere questa cosa dei pensieri che sembrano dei figli che nel bene e nel male vanno per i fatti loro. 

I pensieri della domenica preceduti da quelli del sabato. Conseguenziali…

I pensieri tra un giorno e un mese

Ci sono giorni, come oggi ad esempio, che i pensieri sono di tungsteno e altri in cui i pensieri sono acciaio inox o di ghisa, ma se è per questo anche di rame e di piombo, per non parlare poi dei pensieri di alluminio, che questi pensieri qua sono pensieri luminosi; infatti, lo dice la parola stessa luminosi. Quando però di un pensiero dicono che il significato lo dice la parola stessa, allora qualcuno, ma non diciamo chi, per un fatto di suspense, imbroglia. Ci sono giorni come il lunedì, il martedì e anche il mercoledì, che è un po’ come dire agosto, ma anche settembre e ottobre che c’hanno ancora gli strascichi dell’estate, in cui le cose le persone e gli animali, ma pure il tempo se è per questo, sono ancora più straripanti del detto, del non detto, e delle intuizioni e, persino degli sguardi, che agli sguardi manca solo la parola, e parlano con un intensità di fuoco di sterpaglie e tipo scala Mercalli . O striminziti, cadaverici, esangui. Infatti, se sei innamorato/a devi sbrigarti a capire e a fare presto perché stare tra sabato e lunedì è un conto, un altro vivere tra maggio, dicembre e marzo. La domenica, invece, sia a livello di stare, cioè stare dove ti trovi e, di pensieri che sono tutto un pensamento, è fatta tutta di oro. Non a caso la domenica fa pensare ai lingotti, al mattone e a possedere. La domenica è giorno sacro del riposo, così dopo una settimana di lavoro anche per i disoccupati, ma non per quelli che lavorano in nero e non dichiarano il pulito e lo sporco, forse bianco giacchio o probabilmente bianco sporco.

I pensieri tra un giorno e un mese

Questa cosa dei pensieri

Me ai pensieri ci faccio dei discorsi che i pensieri mi guardano e ci rimangono di stucco. Poi, anche io cerco di vederci chiaro e allora prendo le distanze da questi pensieri che sono come i cani che quando li accarezzi ti leccano, Allora i pensieri si intimidiscono un poco oppure sono indecisi, mentre i pensieri diventati di stucco io li posso guardare in faccia per ore, giorni, mesi, anni. Poi, basta, passo appresso come i post dei blog. Però i pensieri più insidiosi che mi uccidono la salute sono i pensieri dialettici che somigliano a delle catene e alle anguille. Poi i pensieri mi vengono vicino e mi carezzano e mi baciano e così ci facciamo pure una passeggiata lungo il mare.

 

Questa cosa dei pensieri

Questa cosa dei pensieri

Questa cosa dei pensieri mi fa un po’ volare, un po’ mi tiene a mezza altezza, cioè la testa tra le nuvole e un po’, mi tiene incollato a terra come le radici l’albero alla terra coltivata o incolta o quella dei viali di paesi e città. Ecco, i pensieri, di che materia sono fatti i pensieri? Sono invisibili o formano anch’essi la materia e di conseguenza il corpo umano, il suo agire? E in che relazione sono i pensieri e il cibo che introduciamo attraverso la masticazione e la deglutizione? Il cibo influenza i nostri pensieri e l’agire, ci fa migliori o peggiori o ci tiene soltanto in vita?

Questa cosa dei pensieri

Dietro l’albero dei mutamenti

Se la vita è una foglia d’acqua

l’ora prima del buio cangiante,

poggia la clava, il timpano.

Se la vita è un vento di picchio

l’ora prima del santo,

macchia d’orzo di nessun miracolo.

Se la vita è un ostia di platino

l’ora prima il corto respira sfocia

nella mappa dell’espianto.

Se la vita è un vagito subatomico

l’ora prima accorda gli strumenti

suonati di nascosto.

Se la vita è un architettura

sotterranea

l’ora prima

i disservizi dei sentimenti

accalappiano ragnatele randagie.

Dietro l’albero dei mutamenti