L’anima del pettirosso

Ho sfiorato appena le tue guance di luce.
Ho impresso con piuma le tue dita curate.
Ho negli occhi di ladro il bacio a te pensato.

Ho il tempo scartavetrato sulle tue ciglia.
Ho il ghiaccio da sciogliere nel piombo.
Ho il treno che mi porta il tuo battito.

Ho attrezzato la borsa dei ferri.
Ho inseguito il pettirosso.
Ho sbriciolato l’anima in riflessi.

Ho digiunato l’amore nei campi del cielo.
Ho sorpassato il mio cuore in salita.
Ho affogato l’anima troppo innamorata.

Ho imparato dal nulla la purezza.
Ho dato quel che non ho potuto dare.
Ho scritto sui fogli delle nuvole.

Ho dato labbra di fuggiasco,
al tuo bacio di pensiero:

lì,
all’incrocio di due temperature,
in curva, la fonte dell’ amore.

L’anima del pettirosso

L’altra vita

Imprimi passi ondulati
nell’acqua torrentizia.

Sbuccio baci
alla nuca fluente.

Sbobini la mia pelle,
nell’imbrunire stirato.

Oscuro bagliore
il giorno di sempre.

Timbri il cuore,
di quel che vaga,

la breve eternità,
lungo il ritorno.

L’altra vita

Pareti

Al calar della livida sera,
quando scocca l’ora.
ci sentiamo a nostro agio:
i pensieri volano
stazionari;
le scarpe lucide,
testimoniano
abitudinarie presenze;
sullo sfondo,
pareti macchiate,
scrivono
la sceneggiatura.

Pareti

L’età millenaria della tua natura

Priva di carne e di sangue è la tua ascesa
nella fitta boscaglia dei miei nervi scoperti:
e non arginano i tuoi seni, le mani, le cosce
i muri sparsi lungo e attorno al tuo corpo.

Mi guardo le spalle, le clavicole e il cuore
battente la solita bandiera dell’amore:
giungi le mani contro gli uragani, non fermano
i fiumi dei tuoi sorrisi che travalicano montagne.

Il velo, sentinella del buio e, la luce ancestrale,
riverberano i tuoi occhi di vita e di luce calda,
nelle mani l’intreccio del tempo che non è tale,
nell’età millenaria del mondo, la tua natura.

L’età millenaria della tua natura

Le strade delle stelle

E’ praticamente impossibile che sulle strade delle stelle, almeno due, dico due, stelle possano incontrarsi né in prossimità del punto più vicino di contatto e nemmeno all’infinito perché la casa nella casa delle stelle è l’universo noto e ciò che non riusciamo a vedere. In effetti è proprio la storia delle due rette parallele che per quanto vicinissime, anche di un metro, a loro, come per le stelle non rimanere che transitare, immote o correre come binari di una qualunque stazione ferroviaria o del tram, nel senso di di percorribilità dentro le mura cittadine; in questo mondo, al momento fisso, nell’infinito. Rimanere stelle fisse o binari paralleli o rette all’infinito o stelle non erranti ma fisse, senz’altro dirimpettaie, tutt’al più guardarsi con aria di sufficienza, indifferentemente, o di pura distanza che reca freddezza e allo stesso tempo nostalgia o forse specchiarsi nelle rispettive unicità che d’improvviso su una piccola cosa prendono fuoco tra le fiamme e le rovine che si depositano negli anni luce e nei microsecondi. E se, eccezionalmente, due stelle s’incontrassero, all’inizio o alla fine del viaggio di un discorso, sarebbe la rovina di entrambe. E si sa che le stelle non hanno sesso e non generano nulla se non il passaggio lunatico della polvere fluttuante. Le stelle hanno casa e fissa dimora, non sono comete destinate a scontarsi o bruciare nel loro viaggio a cielo aperto e non sempre visibili all’occhio umano.  Le stelle hanno vita quando tutto è buio e nel freddo siderale forse parlano fitto come bambine innamorate. A meno che l’universo ghiacci una volta e per sempre, davvero per sempre; o imploda attraverso la morte del sole. E così, con tali modalità, le due stelle diverranno una cosa sola. Tu, stella, mi hai trasmesso la tua malattia polverosa e lucente: sono ammalato. E non si guarisce. Non c’è alcuna cura. Tu di là e io di qua. E per quanti sforzi facciamo o ci rifiutiamo di fare, siamo stelle. Fisse.

Le strade delle stelle

‘N’Angelo ‘nterra vestut’ a musica

‘N’Angelo ‘nterra vestut’ ‘e musica

Ccchiù ‘a vita s’alluntan’ e corre corre, ‘a vita
corre comm’a nu scugneziell, cchiù te miett’ a sunà;
tu,barba e capille janche, mane scarne e ossute,
uocchie chin ‘e lacreme p’e tenerezza e commuzione:
dint’a vicchiaia te crescene’ ‘e scelle pe’ vulà: e ‘a gente
aiza a capa, gurada ncielo e dice: è n’angelo vestute
‘e janco addivintat’ musica pure pe’ cchi nun sap’ sunà
o pecché a vita l’ha nzurduto o pecchè curreva ‘a ccà e ‘a llà.

‘N’Angelo ‘nterra vestut’ a musica