Rosa dei miei sospiri

Quand’ero piccolo avere una bici era il mio sogno. Poi, una mattina, un giorno memorabile, la bici, una bici più grande di me, si materializzò di fianco al mio letto. Dovetti stropicciarmi per parecchi minuti gli occhi cisposi finché non la toccai e l’abbracciai. Dopo il primo amore all’asilo di una bambina che poi non rividi più perché il giorno dopo era il 4 di Maggio e dalle mie parti in quel mese e in quel giorno si cambiava casa. Lei andò via e mi diede la mano e poi un bacio sulla guancia… Il mio secondo amore era la bici che chiamai Rosa dei miei sospiri. Poi una mattina mi sveglia e così come era apparsa scomparve. Piansi per una settimana e così mi ritrovai senza nessun amore. E piansi di nuovo.

Rosa dei miei sospiri

Due giovani donne

Due giovani donne sedute con le gambe penzolanti che non riusciamo a vedere: sono di spalle alla fine di una piattaforma. Vi si sono recate dopo aver raggiunto il bar del lido e consumato una bibita dopo una prolungata nuotata o un caffè per destarsi dallo sforzo. Di fronte hanno il mare. Coloro che le hanno viste in viso dicono che sono timide. Gli occhi hanno un taglio deciso. Indossano costumi neri ma diversi. Le spalle sono ampie. Entrambe hanno il braccio destro portato alla tempia come a grattarsi. Il cielo casca in lontananza come larga e bianca lucente tenda. Il mare brilla specie verso destra. Le loro voci sono lontane come l’orizzonte.

Due giovani donne

I colori

I colori abbracciano le nostre vite. Subito si notano i colori per quel loro vezzo di carezzarci gli occhi. I colori sbucano all’improvviso e ci sbalordirci, Anche quando non ci facciamo caso. I colori sono come le piante. Li associamo ai fiori più famosi ma anche a quelli di cui ci serviamo per ravvivare le nostre speranze. I fiori sono bambini in fasce.

I colori

Il bambino era solo

Il mare o quella gran massa d’acqua, scura tra l’latro e persino densa, si potrebbe dire oleosa, che però anche se appariva così pesante, sembrava davvero il mare per quelle su onde massicce sotto un cielo grigio e biancastro e davanti a tutto ciò vi era un bambino che guardava rapito quell’immoto movimento. Aveva uno zaino dietro le spalle i capelli castani corti, i pantaloni corti e rossi e una maglietta a mezze maniche a strisce bianche e rosse. Calzava scarpette verdi e dei calzini appena visibili, scuri. Ed era solo. C’era in quella massa un altro bambino che il primo bambino vedeva e non vedeva, infatti si alzava sulle punte dei piedi come se questo poteva dargli la possibilità di vedere la testa e forse le braccia e le mani dell’latro bambini che cercava forse di nuotare, ma quella massa di liquido era cosi alta e densa , sembrava olio sporco e nerastro, a volte, quando si aprivano le nuvole, rosso scuro. Pensò che forse si era sbagliato che in quel quadro non c’era nessuno bambino che cercava di uscirne fuori, probabilmente senza riuscirci. E mentre stava voltandosi per andare via, gli parve di vedere un viso e una mano tesa.

 

Il bambino era solo

I logorroici silenzi

Cosa accade quando, apparentemente, non succede niente. I pensieri camminano sotto le mura, simulano belle parole appropriate, e i logorroici silenzi, non disdegnano proposte gli sguardi queruli, i gesti prefabbricati, le dita di querceti centenari, i profumi intensi dei fiori che ridono nelle risacche a ridosso di stradine smaltate dai rantoli di passeracei.

I logorroici silenzi

Sott’o castiell’ e ll’Ovo

‘O vico è na scalinata, pann’ spas’ e palazz’ sgarrupate.
C’è stato chi sott’e prete è muorto e chi è vivo pe’ miracolo.
Eh si, p’accuntentà ,’o miracolo chiammammelo accussì.

Eppure tra ‘a famm, ‘a miseria e ll’ignoranza ce sta chi ride.
Sti guagliuncielli stanno ‘nziem’, scennen’ cuntent’ a copp’o
vico: e riden’ solamente pecché stanno ‘nzieme:vann’a mare.

Songo sei ‘e lloro, teneno ‘e panz’ azzeccate cu e rin’: a chisti
ccà è putesseno chiammà ‘o Caravggio pe’ nu quadro scuro
ma a luce d’o nniro ‘e vascio, sapite il colore dei bassi.

Ma ‘ e putesse chiammà pure Pier Paolo Pasolini pe’ nu film
dint’e vjche ‘ Napul’, pecchè isso penza ca è ancora na tribù
anarchica e irriducubile a qualunque potere. E ‘e putesse

chiammà pure Nanni Loy p’e Quatt’ jurnat’e Napul’, pe’
caccià, dint’a finzione, n’ata vota i nazisti tedeschi e chella
chiavica d’e fascisti napulitan’ e italiani.

Cinch’e lloro stanno in costume e uatt’ uatt’ comme a dicere:
Nun tenimmo paura ‘e niente e nemmeno d’o mare, jammo
sotto ‘o castiello dell’Ovo addò ce tuffammo p’acchiappa

e sorde ca i turisti jetten’ a funno ‘a copp’o ponte mentre stanno
a strafugà dint’e ristorante e ‘e barche iesceno e traseno comm’e
cantante girano mmiez’ e tavule apparicchiate e chin’e pesce.

Pur’a mamma d’e guagliuncelle ride, dice: -Guardate che bellizz’.-
Nunziatina e Carmela s’ songo ‘nnammurat’ e Salvatore e Ciruzzo.
Tutt’e ddoje ll’accumpagnen’ fino abbasscio ‘o vico e po’ l’aspettan’.

Sott’o castiell’ e ll’Ovo

Remota cascata di onde

La stanza, più precisamente la camera da letto, perché guardandola da un metro o forse nemmeno, è squallida. Decisamente. O forse, sarebbe meglio dire, una stanza da letto in pieno disfacimento, in una casa in rovina. Il pavimento è sporco e pieno di detriti.La finestra balcone, alla nostra destra, è mezza aperta e lascia passare la luce fredda del giorno, probabilmente della mattina. A sinistra vi è un’altra porta finestra chiusa del tutto. Le tende sono rinsecchiti e i colori d’una volta come le rosee guance e gli occhi scintillanti e bramosi ormai stinti e strappati come sipari abbandonati dagli attori e dalle loro movenze e voci cadenzate nell’unisono di una sinfonia corale. Vi è una poltrona tra le due porte finestre e su di essa una donna decisamente bella e formosa, inarcata nelle doglie dell’ assenza: le gambe ben tornite e il respiro insonorizzato prorompono nel silenzio della parete scrostata alle sue spalle di guerriera fasciata totalmente di carne. E i capelli sciolti e neri come un cielo a lutto si precipitano in una remota cascata di onde.

Remota cascata di onde

Un tempo di attesa ipnagogico

L’uomo, giovane, è seduto. Su una sedia girata al contrario. E guarda il pittore che lo ritrae e senza batter ciglio, e guarda noi che da tempo immemore siamo dietro all’artista. Alle sue spalle tutto è scuro:pare una parete, o forse,un cartellone oscenamente pubblicitario. I suoi occhi e l’intorno dei suoi occhi neri riflettono il fondale nero alle sue spalle. Ha i capelli folti tirati indietro tagliati sopra le orecchie. Indossa giacca e pantaloni dello stesso colore, potremmo definirlo vinaccia scuro. Sul petto, la parte in alto a sinistra, sembra che nella tasca spunti un fiore o una forma velata appena di viola, un fiore evanescente. Sotto la giacca risalta la camicia bianca dal colletto a punte triangolari e simmetriche. In cui è incastonata una cravatta a righe sia verticali che orizzontali. Di bianco spiccano anche un polsino, precisamente il sinistro perché il giovane uomo ha gli avambracci appoggiati sulla sedia. Risaltano illuminata di bianco la parte superiore dei capelli il pomello di un bastone appoggiato sullo sgabello alla destra della figura maschile ma anche il viso e un piccolo triangolo di collo si fanno notare e tutto il viso stesso nonostante l’incarnato volga al bruno gli occhi cerchiati specie di sotto e la bocca semiaperta e sul labbro un cenno di baffi appena appena quasi inesistenti e più giù, sotto la sedia, compare l’ombra e un gioco di gambe sia dell’uomo che della sedia su cui siede e dello sgabello quelle della sedia sono dritte invece le gambe sia del giovane sia dello sgabello sono scomposte le scarpe sono nere e lucide ma non nuove e pare regni un tempo di attesa.

Un tempo di attesa ipnagogico

Lascia che l’oblio ti sommerga

Che sciocchezza ha commesso il mio cuore. Subito mi sono accorto che la cosa non andava, ma lui niente, molle come un impasto di pane e duro come una roccia, allo stesso tempo, guardava Frida, in preda ai sensi come il più incallito degli innamorati. A star sveglio di notte per pensarla nel più assoluto silenzio nello sguardo della luna.

Rimarrai a mani vuote. E soffrirai. Frida non ti lascerà prendere la sua mano che oltrepassi la stretta del saluto e dell’amicizia. E bisbigliare all’orecchio ben tornito. I suoi occhi guarderanno insieme ad un altro e non ai tuoi. Le sentinelle delle avvisaglie amorose non vedranno te ma il suo nuovo anfitrione. La sua bocca rimarrà una ciliegia

fresca e succosa imprigionata di divieto. E un bacio non ne tirerà un’altro. E morirà in ciò che non avverrà. Le sue movenze resteranno impresse in un film che non vedrai. Forse lo guarderai dopo aver pagato il biglietto. E, ancora martelli, nel tuo insistito battito patologico: Frida è lontana, sogno irrealizzato che abita nei vicoli di sotto. Che risalga l’ancora, lascia gli ormeggi e dispieghi le vele. Lascia che l’oblio sommerga il sogno.

Lascia che l’oblio ti sommerga