Tu

 

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Eri tu.

Quel colore di cecità, eri tu.
Quell’emozione a pelle, eri tu.

Lo schianto dell’assenza, eri tu.
Il perdurare della notte, eri tu.

Quella canzone a cascata, eri tu.
Il bacio a ciliegia, eri tu.

Quel fiore sull’acqua.
Quell’arco di mare, eri tu.

Quell’insieme unico.
Quell’estate di sassi e spine, eri tu.

Quei binari di nessuna partenza.
Rosario di scogli il sorriso, eri tu.

Stringimi, dicesti tu
Guarnigione dei miei occhi,

tu.

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Tu

 

Tu di sana pianta,

di luce accecante,

in cui gli occhi si muovono
l’anima che si moltiplica
fino a ventotto;

quegli occhi
di bambini ubriachi di stupori e giochi
e sapori adulti di salsedine;

tu,
il deliquio,
tu,

una goccia fredda dietro la schiena

come lava che brucia;

tu,
la tua bocca di bugie e miele,
labbra in preghiera laica;

tu,
su cui ho scommesso tutti i miei averi,
di cui io stesso non conosco l’inesistenza materiale;

tu,
mia ninfa e,
dea;

tu,
sempre nei miei pensieri
roventi
di carezze sospese lontananze;

tu,
mia santa
tu,
mia madonna
tu,
mia dannazione,
tu;

tu,
mille facce diverse,
tu,
incatenata e libera,
tu,
nel fiume della vita.

 

 

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Tu

Torna la vita tra amore, deliquio e morte

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Torna

il sole sulla terra le spoglie mortali,

come il topolino al formaggio.

Torna
il ladro ai pensieri di un furto
come lo scarrafone da mamma sua.

Torna
la bocca alle labbra innamorate
come una puttana sul marciapiedi.

Torna
l’operaio alla fabbrica
come il cane alla strada per pisciare.

Torno,
la malattia a Cristo in croce
come una canzone spaccacuore.

Torna
l’ossessione alla follia
come l’affamato al corpo malato.

Torna
il silenzio ai pensieri

come anima al tuo ventre.

 

Torna
la zoccola al tradimento.
come la luna ai sassi.

Torna
il vento all’oblio

come il seme alla terra.

Torna
l’oralità di parole scritte

come carne all’anima.

Torna
alla bocca la ciliegia
come la notte e il giorno.

Torna la vita tra amore, deliquio e morte.

 

 

Torna la vita tra amore, deliquio e morte

Una recensione non recensione di Cornelio Nepote, Alter Ego o l’altra faccia della stessa medaglia, cioè di 2000battute, il quale pur’isso scrive settimanalmente nel blog 2ooobattute e tre miei commenti

MITI EBRAICI
Elena Loewenthal
Einaudi 2016

Commento di Cornelio Nepote

Sfarzosissime signore, smeraldesse della corona, rubizze scintillanti e anche non più imberbi e immalinconiti signori,

chi parla di libri, spesso risulta insopportabile. Questo è un fatto incontrovertibile che sembra ancor più incontrovertibile oggi al tempo delle parole inutili. Io ad esempio non leggo mai chi parla di libri. Nè ascolto, nemmeno origlio se mi capita in giro. Io di solito non origlio mai in nessun caso, a dire il vero. Ad esempio gli scrittori che parlano di libri sono spesso insopportabili. Anche quando parlano di politica o di società o di qualunque altro argomento diventano spesso insopportabili.
Ma io non ce l’ho con gli scrittori, mi è solo venuto così, per caso, un po’ per caso, di dire di loro, credo perché mi sono ricordato di una in particolare che vado sempre a leggere con gran premura proprio chiedendomi Vediamo se questa volta capisco cosa dice, ma quasi sempre ci trovo un mucchio di parole buttate una sull’altra, magari messe vicine per colore o per altezza, credo.
Insopportabili sono pure quelli che scrivono le recensioni sui giornali e anche i cosiddetti blogger sono insopportabili. Quelli dei blog sono tra i peggiori, specialmente quando si mettono a parlare in quel modo che è proprio insopportabile. Sono insopportabili quelli che parlano alle presentazioni, le presentazioni sono insopportabili, come anche le professoresse di lettere e filosofia che intervengono con domande che sembrano quella scrittrice che vi dicevo prima che interviene ma non si capisce niente di quello che vuole dire.

Percepisco questa ombra o nuvola o cappa o coperta di insopportabilità attorno ai libri, fatta dai discorsi sui libri. Tanto che ormai quando vengo investito dai discorsi insistenti su un certo libro – io provo a eluderli facendo vita romita sulla mia terrazza, ma i discorsi sui libri sono come bombe d’acqua che ti aspettano al varco appena ti avventuri all’aperto – mi do alla fuga. Un libro magari appena scritto, magari di un americano (io ce l’ho su con gli scrittori americani, ho le mie ragioni), sempre accompagnato dal coro di voci petulanti di quelli che discutono incessantemente di libri un po’ per venderli, un po’ per vendersi, un po’ per noia, un po’ per socializzare, quando vengo investito mi rotolo in terra contorcendomi come un indemoniato oppure mi rintano in un angolo e accovacciato attendo che passi. Reagisco per spirito di sopravvivenza. Inorridisco e arretro se mi trovo di fronte il libro oggetto dell’orda di discorsi sui libri, a prescindere, il libro ormai non è più tale ma è un feticcio tribale, un detersivo anticalcare, un totem antropofagico, un deodorante ascellare, una maledizione contadina, un sugo in lattina. Oppure, ma raramente, cioé nei rari momenti di particolare lucidità che il ciclo delle stagioni mi concede, quando intuisco che un certo libro diverrà a breve oggetto dei discorsi sui libri, allora gioco d’anticipo e lo leggo prima di tutti, in modo poi da ritirarmi nell’angolo e aspettare l’alba. Se non facessi così non riuscirei a leggerlo prima di cinque anni.

Nessuno ha parlato di Miti ebraici di Elena Loewenthal, nessuno impegnato in discorsi sui libri almeno, e così è con sincera simpatia e piacere che ho molto desiderato leggerlo, lontano dall’orda e dai discorsi. Ultimamente ho mandato ad acquistare per mio conto tre o quattro libri sui miti nelle botteghe di città, proprio per il motivo che sono tutto il contrario dei discorsi sui libri. Alcuni sono libri degli studiosi, altri sono i libri delle favole. Con questi libri al massimo si fanno discorsi sui miti, ma servono spirito e tono di voce adeguati, poche parole inutili. Mi pacificano e mi ottundono. Come i saggi o le smeraldesse. O i libri con il sapore di antico. Li leggo e mi prende una vertigine alterata, una leggerezza di capa, un’ilare sciocchevolezza.

A dire il vero, uno si potrebbe anche un po’ spaventare a leggere il titolo Miti ebraici e sotto indicata la collana Saggi. Altisonante, imperativo, scritturale, no? No. I miti sono anche commedie dell’antichità, i pettegolezzi, le cerimonie e le sceneggiate teatrali. I miti li inventano popoli che si divertono, perché sono un po’ da ridere. Sono altre le cose cupecupe e piagnucolose. Infatti questo libro è divertente, sono riscritture in forma di brevi favole, come una volta cantavano le storie, per radunare o addormentare. C’è scritto Saggi ma non c’entra niente, l’avrà scritto uno che fa i discorsi sui libri. Se non lo scrivevano era meglio, potevano scrivere Favolette o Storiellette e si sarebbe capito di più.

C’è una storia di Rut e quella della torre di Babele, Giacobbe e il monte Moria, angeli caduti e altri che non cadono, Adamo ed Eva in versione vaiassa, Lilit che rosica e il diluvio, il nebuloso ebreo errante e le dieci tribù perdute. Sono brevi e i discorsi sui libri ci stanno lontano e io per un po’ dico Finalmente in pace, quegli scocciatori ‘na capa tanta mi hanno fatto! Non c’è bisogno di agitarsi a dire bene o a dire male di questo libro. Si leggono i racconti e viene la capa leggera, e basta.

A me viene voglia di imparare meglio altre storie ebraiche, non che ne abbia sentite poche, ma c’hanno una bella fantasia. Sembra sempre che si agitino e gesticolino molto quando le raccontano, anche per iscritto. Non so se Elena Loewenthal gesticolava e muoveva i piedi quando le scriveva, forse no perché mi sembra una signora composta, ma le storie ebraiche di sicuro gesticolano e sgambettano. È una loro caratteristica.

Va bene così. È iniziato l’autunno e gli smeraldi lampeggiano tra le foglie secche, la terra si prepara il giaciglio e la beltà si lascia guardare.

Convenzionalmente Vostro,
Cornelio Nepote

***

Seguono tre miei commenti e uno di 2ooobattute:

1.

Molto probabilmente, e, teatralmente parlando ma non solo riunendo i fantasmi visivi che calcano le i palcoscenici, e inscenando, in maniera spontanea, naturale(ecco un talento tipico alla Maradona … e da tradizione del teatro antico … quando i romani con tutte le élite dei potenti compreso Nerone svernavano e soggiornavano tra Cuma, Baia, Bacoli e Arco Felice, in cui si trovano appunto Le stufe di Nerone e poco distante Puteoli e le sue prelibate alici e panorami e vegetazione e un clima mite e accogliente ricchissimo di profumi e dell’ottimo vino preparato apuntino dai raggi del sole e dagli abitanti dei luoghi che in tal modo si paravano il culo nel senso di non potendo sconfiggere i ri,ani sul piano militare … mettevano la loro arte gestuale mimetica? e lo stesso dialetto come forma di fortezza inespugnabile ma talmente soave e canoro di essere il più musicale al mondo; i vicarielli, i fondaci, le piazze piccole e grandi e i vicoli ca nun spontano cioè ciechi, teatri, i quertieri e il dedalo di vichi e vicarielli e bassi in cui dai soldati spagnoli si sviluppò un’altra arte, quella di vendersi col sorriso sulle labbra e gli americani, durante la guerra e del dopo guerra ne sanno qualcosa quando erano troppo ‘mbriachi e alluccavano e sbraitavano pecché nun vulevano pavà a prestazione e di altre gesta, qui e ora, di guagliuni con capelli e barbe tra santità e genti arabe, mitizzati dagli altri guagliuncielli che senza saper né leggere e né scrivere, scalano i vertici del potere della strada e dei conti in banca e dove è facile trovare di sera e di notte zoccole in brulicante quantità pari alla pavimentazione del suddetto vicolo cieco; veri e propri anfiteatri teatri delle voci e dei gesti a cielo aperto … addirittura anche nel centro storico di Napoli vi sono ancora i resti di tali palcoscenici … insomma, e mò venimmo a nuje, cioè alla recensione non recensione di Corneliucciello Nepote ‘o Mpicciuso, sarebbe a dicere quello che trova sempre il pelo nell’uovo e non gli sta bene quasi niente … parlando di miti e forse anche di leggende … e anche di quella fissata di Partenope ca s’ ‘nnammuraie e chillu chiavettiere figlio di sfaccimma di Ulisse ‘o greco re di Itaca ca teneva ‘na mugliera come Cecerenella, cioè bona e bella assaje ca a notte perdeva tiempo srotolando chello ca aveva fatto alla luce d’o sole.. Insomma, praticamente, a parte ‘e chiacchiere e ammuina e le zenniate, cioè gli ammiccamenti e i sorrisi belli, intriganti e cazzimmosi dei teatranti … ‘a Signora Elena Loewenthal è stata ccà, mmiez’a sti prete antiche tipiche di Pompei e anche in mezzo al traffico e sopra i Quartieri Spagnoli, abbasc’a Marina vicono o ‘puorto, dint’ Maschio Agioino e ‘o Castel dell’Ovo e a Forcella addò te può magnà ‘a pizza fritta add’e figliole.

2.

Chi a Napul’ non è gghiuto add’e figliole e ha urdinat’
‘a pizza fritta cu cicoli, murrarella, pummarola e pepe
e ha aspettanno for’a pizzeria cu ‘na santa pacienza?

‘O sottoscritto c’è stato accussì pure a gente ‘e ati
città italiane e si è pecchesto pure straniere. Azzò
sapiss’ comm’erano nfurmatio e chin’e famm.

Dint’o quartiere mio, sarebbe a dicere Montesanto,
proprio di rimpetto a cumana ce steva Firenzano.
Quanno piccirillo passavo a llà, ‘a famm’ aumentava.

All’entrata, a sinistra ce steva a vetrina cu ‘a
frittura all’italina: ciurilli, panzarotti, zuppulella,
e mulignano e ‘a pizza fritta rotonda e a meza luna.

E putive pavà oggi a otto e accussì pure si nun
tenive ‘na lirra dint’ìa sacca, facevano a credito
e accussì tenive otto giorni per saldare il conto.

Quann’ero piccirillo nzieme ‘e cumpagnielli d’a
banda nostra di vuco Lepre ai Ventaglieri,
praticamente Sottomonte ai Ventaglieri addò

Nanni Loy girai ‘o film Le quattro giornate di Napoli.
Io rimanette futtueo pecché me scetaie tardi, però
mamma venette vicino ‘o lietto e dicette: -Guagliò

a mamma, stanne facenno ‘a guerra Sottomonte
e chi sa pecché pavano a jurnata e danno ‘o sacchetto
cu ‘o mangià: scetate, curre, va pure tu ‘a guerra.-

Arrivai troppo tardi, ‘e cumparse tra gruosse e piccirilli,
l’avavano già scritturata e accussì: – Hai perduto Filippo
e ‘o panaro.- dicette mamma seria seria.

– Mò bello ‘e mamma toia, nun te piglià collera p’o film
ca nu hai fatto, jamm’ abbascio ‘a Duchesca a ce magnà
‘na grande pizza fritta add’e figliole. –

3.

Commneto di 2ooobattute Cornelio Nepote:

voi siete come il profumo di pane appena sfornato.

4.

O penziero d’o ppane

 

‘A matina te scite cu chillu penziero:

o penziero d’’o ppane.

‘O nnir’’e vascio è ‘nu culore:

‘o culore ‘e ll’anema nosta.

‘O nnir’’e vascio è ‘o nniro

dint’’a ll’uocchie d’a vita.

‘O nnir’’e‘vascio é ‘o core d’’e ccriature

vuttato mmiezz’’a via.

‘O nnir’’e vascio é ‘o nniro

‘e chi sfrutta ‘e ccriature facennele faticà

comme si fosse ‘na cosa normale.

“Pecchè, accussì, s’imparano ‘nu mestiere”.

‘O nnir’e vascio è patemo ca nun se arritira:

sta friddo ‘nterra; è caruto d’o quarto piano; steva fravecanno.

‘O padrone e ‘a maesta ‘a dummeneca vanno a SS Messa:

s’addenocchiano; cunfessano ‘e peccati; pregano

‘o Pater Nostro e l’Ave Maria.

‘N fonneno ‘e dete dint’a terrasantiera;

se fanno ‘a croce;

guardano ‘e sante e diceno:

Ora Pronobis, Ammenn e Così sia.

(Pecchè accussì adda essere).

 

 

 

Una recensione non recensione di Cornelio Nepote, Alter Ego o l’altra faccia della stessa medaglia, cioè di 2000battute, il quale pur’isso scrive settimanalmente nel blog 2ooobattute e tre miei commenti

I suoni di brusii lontani

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Quando
il cielo non è genuflesso.

Quando
la vita è acqua sporca.

Quando lo sguardo
inabissa i palmi,

le (tue) lacrime,
s’adagiano alle corde,

inclini al temporale
secco.

Quando squami il battito
a ridosso delle nuvole balene.

Quando
la radice tinge,

il mare il nido spinge:

oh stelle dormienti,
oh aureola di ferro;

oh ruggine retroversa
oh sacro viaggiare

sulle tracce dei fili
di cotone;

orari struggenti
collassano i momenti,

nelle lacrime
i suoni di brusii lontani

destano

la penombra del poeta.

 

 

I suoni di brusii lontani

‘O penziero d’o ppane

 

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                                                ‘A matina te scite cu chillu penziero:

o penziero d’’o ppane.

O nnir’’e vascio è ‘nu culore:

o culore ‘e ll’anema nosta.

O nnir’’e vascio è ‘o nniro

dint’’a ll’uocchie d’a vita.

O nnir’’e‘vascio é ‘o core d’’e ccriature

vuttato mmiezz’’a via.

O nnir’’e vascio é ‘o nniro

e chi sfrutta ‘e ccriature facennele faticà

comme si fosse ‘na cosa normale.

Pecchè, accussì, s’imparano ‘nu mestiere”.

O nnir’e vascio è patemo ca nun se arritira:

sta friddo ‘nterra; è caruto d’o quarto piano; steva fravecanno.

O padrone e ‘a maesta ‘a dummeneca vanno a SS Messa:

s’addenocchiano; cunfessano ‘e peccati; pregano

o Pater Nostro e l’Ave Maria.

N fonneno ‘e dete dint’a terrasantiera;

se fanno ‘a croce;

guardano ‘e sante e diceno:

Ora Pronobis, Ammenn e Così sia.

(Pecchè accussì adda essere).

‘O penziero d’o ppane