Zero il Falsario e Girolamo de Santis

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-Lei come si firma quando termina un’opera capolavoro anche se è una non sua?-

-Può leggerlo da sé, basta guardare giù, infondo a destra.-

-Vedo che sono quattro lettere ma non riesco a venirne a capo.

-Zero.-

-Zero?-

-Si, Zero.-

-Si è firmato Zero da sempre oppure…-

-No, all’inizio, non mi firmavo Zero.-

-Perché Zero? Scommetto che c’entri la matematica.-

-No, proprio no. All’Istituto d’Arte il professore Guarino mi bocciò ben due volte.-

-Allora si è voluto vendicare di quel professore e della matematica?-

-Potrebbe starci ma non è così.-

-C’è un altro motivo, semmai particolare?-

-Si.-

-Una delusione.-

-Esistenziale o forse d’amore?-

-Si. Ho avuto solo lei, ma il matrimonio è fallito. O meglio lei mi ha lasciato.-

-Però la vita e l’amore e così il sesso continuano.-

-Ecco, per questo mi firmo zero. Sono morto ma all’anagrafe non risulta.-

 

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Zero il Falsario e Girolamo de Santis

Le cose vere le più strane

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La classe operaia nelle ore di svago suonava il clarinetto, la fisarmonica e anche il pianoforte, oltre che l’arpa, ma nessuno ci credeva., neanche la suddetta classe operaia. Le vacche avevano dei capezzoli che sembravano donne con la mastite. I cani maschi  trotterellando pisciavano con le zampe alzate e le cagne no, preferivano accovacciarsi:la democrazia e la fisiologia non smettono mai di stupire anche in senso assai negativo. Le infermiere hanno quella nomea che le vuole, la nomea, tutte scollacciate e pronte, però spesso non funziona così. E se funziona così molto probabilmente sono affari loro. Alle loro manca l’ufficio informazione e un megafono sordo, tra l’latro mica sono tutte bone e belle. Renato ha diciannove anni e lavora nel supermercato vicino alla discarica in cui si aggirano gabbiani dal becco giallo e bianco. Lavora dieci ore al giorno e guadagna settecentocinquanta ero al mese. – E se ti lamenti o chiedi dei miglioramenti devi stare attento.- Ammesso che la paga di un giovane salumiere che ha imparato tutto del mestiere perché lavora da quando aveva quindici sia giusta, nel senso di orario sindacale di sette ore, non si capisce, tanto per usare un eufemismo, perché quel ragazzo debba regalare al supermercato tre ore in più e per giunta non pagate nemmeno come straordinario. La classe operaia, dice qualcuno, non esiste più dallo “sbarco” lunare. Una falsificazione colossale. Però, ammesso e non concesso che la classe operai sia perita è strano che gli sfruttati aumentino a vista d’occhio. Il ragazzo, dopo aver servito te, donna o uomo, e man mano gli altri clienti, col sorriso stampato sulle labbra dice:- Grazie.-

Le cose vere le più strane

Un venticello fresco di piume la gonna

Ecco cosa mi fai: mi fai sgranare gli occhi.
Sei improvvisa di piacere che mi schianti.
Stupore e meraviglia sono le tue pose. E
mi catturano. E vengo da te docile e nudo.
Mi spogli col tuo camminare d’arte naturale.
Muovi le braccia e le mani come la vergine.
Ammalianti movenze di frescura le ciglia.
Un venticello appena di piume la tua gonna.

Sei bella di tuo poi con le cosce aperte di più. Il tuo viso mi trascina sempre dove vuoi. questa foto che hai messo mostra le tue costruzioni della natura: che gran culo, amore. La noia con non mi sopraggiunge mai: le tue gambe sono il disegno sublime dell’artista. Posso ammirarle, ma per questo anche immaginarle nelle spiagge di questo mio sogno.

Ecco cosa mi fai: mi fai vedere senza occhi. Gli occhi delle labbra e la lingua, nel sorriso.

 

 

Un venticello fresco di piume la gonna

Vivere, scrivere e leggere negli addii. -Vi lascio. Vivo nei libri. Quelli scritti. E da leggere. Scrivere le pagine, la vita, gli attimi che scarseggiano di tempo.- disse il ragazzo con i piedi tra l’acqua e la lastra. Aveva preso il tram passato sotto il ponte. E negli occhi pulsava sempre la sua città

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Vivere, scrivere e leggere negli addii. -Vi lascio. Vivo nei libri. Quelli scritti. E da leggere. Scrivere le pagine, la vita, gli attimi che scarseggiano di tempo.- disse il ragazzo con i piedi tra l’acqua e la lastra. Aveva preso il tram passato sotto il ponte. E negli occhi pulsava sempre la sua città