La mattina ci si sveglia(se non ci si sveglia c’è qualcosa che non quadra; a quel punto tutto cambia, o forse, slitta solo una vita).

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La mattina ci si sveglia, ci si alza da letto, si va in bagno e poi in cucina a preparare un

caffé e convinto, chissà da chi e da cosa, e bellamente dice:- La vita è triste.-

La mattina dopo o quella prima o quella identica alla prima, ci si sveglia, ci si alza, si va

in bagno e poi in cucina a preparare un tè, un cappuccino o una tisana, a seconda, e

molto allegramente, o forse malinconicamente o filosofeggiando, dice:- La vita è bella.-

Ecco, E niente, ecco che qualcuno parla di sé, o forse di sé e della vita nella sua duplice

faccia di essenza e assenza. E di parole che hanno bisogno di nido, di guscio e di grembo.

La mattina ci si sveglia(se non ci si sveglia c’è qualcosa che non quadra; a quel punto tutto cambia, o forse, slitta solo una vita).

Lo scorrere incontrovertibile delle vite a sfiorare l’aria del giorno, le rose, i colori.

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Lo scorrere delle vite si alza,

a toccare la terra, il cielo e poi via.

Ad abbrancare lacrime dietro l’angolo.

E sorridere scoperchiando denti e labbra.

Nel cortiletto crescono le rose della speranza.

Si alzano dal buio i cuori che anelano l’amore.

E mani di sole s’intrecciano sui candidi fianchi.

 

Lo scorrere incontrovertibile delle vite a sfiorare l’aria del giorno, le rose, i colori.

Le parole di quel cielo azzurro mare a spaziare i sospiri, gli occhi in lontananza

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Le parole per quanto le si trattiene o tracimano incontrollate hanno i loro sentieri sterrati. E forse le vie, gli angoli di piazze e stradine di città e paesi. Eppure capita che bisogna accudirle e decifrarle. O proteggerle. Con le dita di una mano portate alla bocca fitto è il dialogo sordo e muto. Fra loro sanno cosa dirsi con quel cielo d’azzurro mare.

 

Le parole di quel cielo azzurro mare a spaziare i sospiri, gli occhi in lontananza

Ora e sempre viva Napoli, viva il Napoli, e naturalmente, viva il Vesuvio che erutta. Il motivo? Invidiosi di tanta bellezza naturale, storica, paesaggistica e umana. E ci fu caro Giacomo Leopardi che scrisse sulle pendici di Vesevo i versi sublimi de La ginestra. E a voi lutamma ve piace ‘a assaje ‘a pummarulella d’o piennelo, non a caso, d’o Vesuvio, però quanno ve magnate, nganna vi devono rimanere.

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Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
E’ il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.

Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E proceder il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d’or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così, qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprenditore con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.

Ora e sempre viva Napoli, viva il Napoli, e naturalmente, viva il Vesuvio che erutta. Il motivo? Invidiosi di tanta bellezza naturale, storica, paesaggistica e umana. E ci fu caro Giacomo Leopardi che scrisse sulle pendici di Vesevo i versi sublimi de La ginestra. E a voi lutamma ve piace ‘a assaje ‘a pummarulella d’o piennelo, non a caso, d’o Vesuvio, però quanno ve magnate, nganna vi devono rimanere.

Quadrilogia delle vite. Due vite. Ho due vite. Due vite infami. Cosa resta? Ho la povertà in bocca, dentro lo stomaco e nella vita che faccio. E forse si può abbattere: semmai divento un mafioso, un capitalista o un killer prezzolato. E per il colore della pelle? No, non si può fare niente. Il nero rimane. Sono nero e povero. Due cose d’intreccio. Fino e oltre. Il nero, è chiaro: il nero è il Dio di illusioni, amore e la promessa del paradiso. E di una vita eterna anche se zoppa perché il corpo non dimentica. Chi sono? Sono John, sono solo un bambino.

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Quadrilogia delle vite. Due vite. Ho due vite. Due vite infami. Cosa resta? Ho la povertà in bocca, dentro lo stomaco e nella vita che faccio. E forse si può abbattere: semmai divento un mafioso, un capitalista o un killer prezzolato. E per il colore della pelle? No, non si può fare niente. Il nero rimane. Sono nero e povero. Due cose d’intreccio. Fino e oltre. Il nero, è chiaro: il nero è il Dio di illusioni, amore e la promessa del paradiso. E di una vita eterna anche se zoppa perché il corpo non dimentica. Chi sono? Sono John, sono solo un bambino.

Ecco, scherzi a parte, vi presento la mia famiglia. Era da tempo che volevo farlo. La prima foto ritrae mio papà: in quel momento aveva circa ventitré anni. Nella secondo foto è immortalato zio Peppino il fratello di papà che invece aveva un anno in meno e sembrava più vecchio. A Zietto piaceva andare a caccia, invece mio padre curava l’orto dietro casa nostra. Questo fatto scatenò delle contraddizioni in seno al popolo della nostra numerosa famiglia. E forse anche dell’altro di cui nessuno voleva parlare, cioè, mugugnare. A quel tempo poi la logopedia non era sviluppa e gli studi a tal proposito segnavano il passo. Poi i due, comunque, barattavano le cose che si conquistavano con la dura fatica. Mamma, che partoriva con dolore, si chiamava Clotilde ed era molto bella e, chissà perché, tra papà e Zietto si scatenò la gelosia, anche se gli argentini non avevano ancora inventato il tango. Nella terza immagine potete ammirare mamma mentre mi tiene in braccio e mi bacia. Lei mi diceva sempre:-Ogni scarrafone è bello a mamma soja.- Non ricordo, ma un po’ ci rimanevo male perché non conoscevo ‘o scarrafone, anche se un certo Franz Kafka una mattina si scetò trasformato in un grosso insetto chiamato appunto ‘o scarrafone, e poi anch’io, modestamente non solo mi vedevo bello ma lo ero per davvero. Infatti le donne delle caverne e delle palafitte al mio passaggio svenivano, anche quando ero ancora in fasce. Certo, tra mio papà e Zietto in quanto a bellezza la cosa lasciava a desiderare. Ero uscito fuori razza, almeno così diceva nonna Eva che tutti chiamavano Eva ‘o Guarracino per il colore olivastro della sua pelle che derivava dal pirata Dragutt che rapì, sedusse e abbandonò e ingravidò la mamma di nonna che disperata alluccava:- Ommo ‘e niente, mò nasce nu criaturo già orfano ‘e pate ‘e munnezza. Perlomeno manda ogni tanto nu forziere chin’e denari. Accussì nun le manca niente. E l’accattammo ‘o pure ‘o telefonino e ‘o motorino. –

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Ecco, scherzi a parte, vi presento la mia famiglia. Era da tempo che volevo farlo. La prima foto ritrae mio papà: in quel momento aveva circa ventitré anni. Nella secondo foto è immortalato zio Peppino il fratello di papà che invece aveva un anno in meno e sembrava più vecchio. A Zietto piaceva andare a caccia, invece mio padre curava l’orto dietro casa nostra. Questo fatto scatenò delle contraddizioni in seno al popolo della nostra numerosa famiglia. E forse anche dell’altro di cui nessuno voleva parlare, cioè, mugugnare. A quel tempo poi la logopedia non era sviluppa e gli studi a tal proposito segnavano il passo. Poi i due, comunque, barattavano le cose che si conquistavano con la dura fatica. Mamma, che partoriva con dolore, si chiamava Clotilde ed era molto bella e, chissà perché, tra papà e Zietto si scatenò la gelosia, anche se gli argentini non avevano ancora inventato il tango. Nella terza immagine potete ammirare mamma mentre mi tiene in braccio e mi bacia. Lei mi diceva sempre:-Ogni scarrafone è bello a mamma soja.- Non ricordo, ma un po’ ci rimanevo male perché non conoscevo ‘o scarrafone, anche se un certo Franz Kafka una mattina si scetò trasformato in un grosso insetto chiamato appunto ‘o scarrafone, e poi anch’io, modestamente non solo mi vedevo bello ma lo ero per davvero. Infatti le donne delle caverne e delle palafitte al mio passaggio svenivano, anche quando ero ancora in fasce. Certo, tra mio papà e Zietto in quanto a bellezza la cosa lasciava a desiderare. Ero uscito fuori razza, almeno così diceva nonna Eva che tutti chiamavano Eva ‘o Guarracino per il colore olivastro della sua pelle che derivava dal pirata Dragutt che rapì, sedusse e abbandonò e ingravidò la mamma di nonna che disperata alluccava:- Ommo ‘e niente, mò nasce nu criaturo già orfano ‘e pate ‘e munnezza. Perlomeno manda ogni tanto nu forziere chin’e denari. Accussì nun le manca niente. E l’accattammo ‘o pure ‘o telefonino e ‘o motorino. –

Io sono uno che se la tira perché conosco vari poeti nel senso che ho sentito o letto delle loro poesie. Si, loro non conoscono me, ma questo è un fatto secondario, perché loro si rivolgono all’uomo universale privo di griffe e capi firmati e questo uomo lo trovi come per magia da tutte le parti del mondo. In fondo la specialità dei poeti è fare delle magie di sospensione del cuore, del sangue, dell’amore e dell’uomo universale. E visto che tutti stanno lì a vantarsi e pavoneggiarsi di qualcosa, allora mi son detto:-Bello, non puoi rimanere fermo e senza un vanto e così ho iniziato la lettura di molti poeti.- E mentre leggo umano mi guardo nelle acque dell’anima.

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Io sono uno che se la tira perché conosco vari poeti nel senso che ho sentito o letto delle loro poesie. Si, loro non conoscono me, ma questo è un fatto secondario, perché loro si rivolgono all’uomo universale privo di griffe e capi firmati e questo uomo lo trovi come per magia da tutte le parti del mondo. In fondo la specialità dei poeti è fare delle magie di sospensione del cuore, del sangue, dell’amore e dell’uomo universale. E visto che tutti stanno lì a vantarsi e pavoneggiarsi di qualcosa, allora mi son detto:-Bello, non puoi rimanere fermo e senza un vanto e così ho iniziato la lettura di molti poeti.- E mentre leggo umano mi guardo nelle acque dell’anima.