Bambini de rua che si è perso lo stampo

Opere di Bartolomè Esteban Murillo (1618 – 1682 )

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-Io non ti posso dare oro e argento;ma di consigli  per affrontare la vita te ne potrò dare molti.-

E fu così che, dopo Dio, quell’uomo mi diede la vita e cieco com’era mi diede alla luce e mi addestrò al mestiere di vivere.

Prendo questo a raccontare a V.S. queste storie dell’infanzia, per mostrare quanta virtù co voglia in un uomo per innalzarsi quando si viene dal basso e quale vizio sia il lasciarsi buttar giù quando si è in alto.

da Lazzarillo de Tormes di Anonimo

Lazarillo de Tormes - copertina

 

 

 

 

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Bambini de rua che si è perso lo stampo

Quella volta a Patrizia dissi una bugia. Dissi che avevo scritto delle poesie per lei e che prima di partire volevo leggerle almeno una anche se ero indeciso tra L’Infinito e A Silvia ma colto dalla frenesia lessi entrambe e, feci il botto.

Opere di Telemaco Signorini

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Dovevamo vederci nel pomeriggio in quattro me compreso.

(un vero miracolo:occasione unica e rara)

Avevamo appuntamento vicino scuola di pomeriggio alle 16.oo.

 

Pietro venne con la macchina una cinquecento topolino.

Ero emozionato così ogni tanto andavao a fare pipì sotto il muro.

Non ero mai salito in una topolino e nenache in una macchina.

 

Passarono cinque, dieci, quindici minuti e noi due avevamo le facce lunghe.

Poi ecco Giovanna e Patrizai spuntare dall’arco fuori lo spazio del grande cortile dei conti

Tarsia.  Ci guradammo e subito ci sorridemmo: ci stavano venendo incontro: erano loro.

 

Ci salutammo ma non ricordo se baciandosi sulle labbra o dandoci la mano ma tutti e

quattro eravamo lì del tutto convinti e contenti. Quasi quasi mi piasciavo sotto, ma per

fortuna niente, di nascosto avevo messo la mnao nei pantaloni per constarare se lo slip

fosse asciutto: lo era. Tirai un sopsiro di sollievo. E guardavo Patrizia incantato. Felice.

 

Una volta in macchina mentre Pietro si destreggiva nel traffico ci dirigevamo all’isolotto

di San Martino su cui non c’ero mai stato.  La bellezza dell’isolotto e del mare e Patrizia

vicino a me e mano nella mano toccavo qualcosa di irripetibile, sognante, amorevole.

 

Patrzia e io parlavamo e camminavamo per fatti nostri e un po’ distanti Giovanna e

Pietro. Non sono come ma le dissi che scrivevo poesie e che gliene volevo recitare una

tra quelle che avevo scritto la sera prima mentre pensavo a noi due e al fatto che lei il

giorno dopo sarebbe partita per Ischia.

-Con chi vai la tua famiglia?-

-No, con mia zia, la sorella di mamma.-

-E quando torni?- le dissi.

-A settembre.-

-No!- dissi urlando.

Allora per conquistarla per sempre, l’estate nasconde sempre pericoli per gli innamorati,

ma pur se affranto e distrutto le dissi che volevo recitare almeno una delle poesie che

avevo scritto la sera prima e che la dedicavo a anche perché l’avrei aspettata.

Quando misi la mano in tasca ne presi una a casaccio e col cuore in gola che mi batteva

più forte del solito, mentre le recitavo la poesia, sapevo che il tempo mi avrebbe

martoriato finché non fosse arrivato il primo giorno di settembre.

 

Poiché non ci saremmo rivisti per un sacco di tempo lessi sia A Silvia che L’Infinito.

Almeno mi abboffavo delle due poesie e di Patrizia finché non finiva il meriggio.

 

A Silvia

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventù salivi?

 

Sonavan le quiete

stanze e le vie dintorno

al tuo perpetuo canto,

allor che all’opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir ch’in mente avevi.

Era il maggio odoroso; e tu solevi

così menare il giorno.

 

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno.

 

Che pensieri soavi,

che pseranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

la vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornammi a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perchè non rendi più

quel che prometti allor? perchè di tanto

inganni i figli tuoi?

 

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella. E non vedevi

il fior degli anni tuoi,

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

nè teco le compagne ai dì festivi

ragionavan d’amore.

 

Anche peria tra poco

la speranza mia dolce; agli anni miei

anche negaro i fati

la giovanezza. Ahi come,

come passata sei,

cara compagna dell’età mia nova,

mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo?questi

i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi

di cui cotanto ragionammo insieme?

Questa è la sorte dell’umane genti?

All’apparir del vero

tu, misera, cadesti:e con la mano

la fredda morte ed una tomba ignuda

mostravi di lontano.

 

L’Infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quïete

io nel pensier mi fingo, ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

-Bravo!Bravo!Bravo! – disse Patrizia con gli occhi teneri e commossi.

-Certo. Forse devo dire che A Silvia è un po’ troppo lunga.-

-E ‘ bella tutta.- disse sorrise e si rannicchio sul mio torace.

E ci baciammo.

-Però dentro e fuori scuola parli sempre in dialetto. E adesso invece… –

– Mi piace parlare in dialetto, ecco.-

Mi prese la mano, poi dopo due metri la tenni col braccio nel fianco.

Lei si giro guardandomi negli occhi e ci sfiorammo le labbra.

 

Stavo morendo ma non dissi niente.

E non volevo morire: volevo Patrizia.

E quel nome lo trovavo anche stupido.

Però anch’io mi trovavo ancora più stupido.

 

 

 

 

 

Quella volta a Patrizia dissi una bugia. Dissi che avevo scritto delle poesie per lei e che prima di partire volevo leggerle almeno una anche se ero indeciso tra L’Infinito e A Silvia ma colto dalla frenesia lessi entrambe e, feci il botto.

Finalmente.

Opere di Joaquin Sorolla

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E si finalmente, finalmente ti ho dimenticata.

E’ stata dura, molto.

Ecco, adesso non ho più nulla di te.

Nemmeno gli occhi,

quei tuoi occhi che mi stregavano

solo a immaginarli.

E che avrei rivisto e in cui mi sarei

illuminato, perso e, forse, annegato.

I colori non mi lasciano.

E finalmente,

adesso sono qui, a disperarmi.

Finalmente.

Don Mimì ‘o pontone ‘o vico vende ‘e cipolle. Tene ‘e mmane comm’a terra a furia ‘e zappà. E pure mò ca è viecchio ‘a vita nun è cagnata: pe campà adda ancora faticà comme fosse ‘o criaturo ‘e na vota.

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Don Mimì ‘o pontone ‘o vico vende ‘e cipolle. Tene ‘e mmane comm’a terra a furia ‘e zappà. E pure mò ca è viecchio ‘a vita nun è cagnata: pe campà adda ancora faticà comme fosse ‘o criaturo ‘e na vota.

Scrivere è come prendere un treno che si ferma in luoghi chiamati stazioni e come per magia riparte con qualche ritado. Deve esserci qualcosa di strano nella scrittura: si aggira nel sottosuolo e d’improvviso emerge tra pagine bianche.

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Scrivere è come prendere un treno che si ferma in luoghi chiamati stazioni e come per magia riparte con qualche ritado. Deve esserci qualcosa di strano nella scrittura: si aggira nel sottosuolo e d’improvviso emerge tra pagine bianche.