Tutto era avvolto nella nebbia, almeno così pareva nell’animo sentimentale e vigile di Renato de Notaris. Così come le promesse mai fatte eppure augurate dalla speranza e dal desiderio. Il tempo volgeva al bello e, casualmente, Anita Belsa e Renato si incontrarono a metà strada dalle loro abitazioni sopra una salitella. Se il loro amore fosse andato avanti, per incontarsi, Renato avrebbe inboccato la disceva e Anita la salita, almeno fino a quando non avessero preso casa per sposarsi e viverci. “Come stai?”, esclamarono entrambi non appena si palesarono ai propri occhi. “Bene”, risposero levitando in sorrisi di sorpresa. Erano passati degli anni ed era tutto nel limbo dei ricordi, ma ancora vivi e capaci di conoscersi. Ma bastava un prufumo di fiori, una carezza, la mano nella manno, un bacio e lo scrigno delle emozioni vergini e tutto sarebbe sarebbe stato come allora un treno all’infinito. Accadde, però, che non si erano mai più incontrati, nè avevano avuto possibilità di parlarsi giusto per metterci una pietra sopra o finalmente fidanzarsi o vivere insieme o almeno scendere in profondità e constatare i punti più alti e più bassi del reciproco volersi. “Potresti venire nella Sala del Regno di Dio”, disse Anita.”Allora mi innamorai di te e tuo padre non volle, disse che eri ancora troppo piccola”. “Ma avevo appena quattordici anni e tu tre più di me”. “Sicuro, ma io e credo anche tu, ci innamorammo. E andammo insime a Giovanna e Pietro con la cinquecento sull’isolotto di San Martino. E qualche giorno prima mi dicesti di aprire l’antologia e dentro ci mettesti un fiore. E poi mi hai preso per mano. E poi vicino al mare ti sei stretta a me e in macchina ti baciai sul collo e ne fosti felice. Ci volevamo e credo anche che non eravamo i primi e gli ultimi in una situazione del genere”. ” Forse non ci abbimao creduto abbastanza”. disse lei. “Io, invece, ci credevo eccome. E tu poi non mi hai dimostrato nulla. Eri attaccato al verbo di tuo padre che disse a mia madre che era una cosa che non si poteva fare. E in quell’estate, mentre morivo, te andasti in vacanza per una settmana prima a Pozzuoli(salii sulla metro e venni a ceracrti) e poi per due mesi a Ischia, mentre il cuore mi scoppiava. Volevo morire e pensai anche di fare un patto con la morte, ma lei voleva tutto, mentre io desideravo e sognavo soltanto te. Forse non lo sai e non l’hai mai saputo: per te ho pianto, ma mi trovai davanti un muro. Certo, innamorandomi, ero ancora più bambino. Ma era un’amore puro, uno di quelli che scioccamente chiami amore grande. E si mettevano pure quelle canzoni che mi portvano sempre a te, a noi, a me, quel me così innamorato e disperato. Da un lato morire e dall’latro la follia. E poi senza saperlo conobbi anche tuo fratello Gennarino a cui però non dissi nulla di noi due. Chissà forse lui avrebbe potuto aiutarmi o addirittura dirmi: ” Scappate a Roma e poi telefonate a casa. Mettete i nostri gienitori davanti al fatto compiuto”. “Sappi, anche se avevo sedici anni tu per me da un certo giorno in poi eri la luce, il mio grande amore, anche se non avevamo mai fatto l’amore. Di quello non mi preoccupavo: sarebbe venuto eccome e desiderato da tutti e due”. “Possiamo ritornare insieme e finalmente amarci, però verrai con me e andremo nella Sala del Regno di Dio”. “Allora come oggi non mi interessa né Dio né la religione che professi insieme a tuo padre e tua madre, ma soltanto tu”. E non sapremo mai se prima di salutarsi, si guardarono molto o per poco, ma da quel momento non s’incontrarono più. E nè casualmente chiesero delle proprie anime. E non è detto che l’anima dell’amore muoia al momento di morire.

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Tutto era avvolto nella nebbia, almeno così pareva nell’animo sentimentale e vigile di Renato de Notaris. Così come le promesse mai fatte eppure augurate dalla speranza e dal desiderio. Il tempo volgeva al bello e, casualmente, Anita Belsa e Renato si incontrarono a metà strada dalle loro abitazioni sopra una salitella. Se il loro amore fosse andato avanti, per incontarsi, Renato avrebbe inboccato la disceva e Anita la salita, almeno fino a quando non avessero preso casa per sposarsi e viverci. “Come stai?”, esclamarono entrambi non appena si palesarono ai propri occhi. “Bene”, risposero levitando in sorrisi di sorpresa. Erano passati degli anni ed era tutto nel limbo dei ricordi, ma ancora vivi e capaci di conoscersi. Ma bastava un prufumo di fiori, una carezza, la mano nella manno, un bacio e lo scrigno delle emozioni vergini e tutto sarebbe sarebbe stato come allora un treno all’infinito. Accadde, però, che non si erano mai più incontrati, nè avevano avuto possibilità di parlarsi giusto per metterci una pietra sopra o finalmente fidanzarsi o vivere insieme o almeno scendere in profondità e constatare i punti più alti e più bassi del reciproco volersi. “Potresti venire nella Sala del Regno di Dio”, disse Anita.”Allora mi innamorai di te e tuo padre non volle, disse che eri ancora troppo piccola”. “Ma avevo appena quattordici anni e tu tre più di me”. “Sicuro, ma io e credo anche tu, ci innamorammo. E andammo insime a Giovanna e Pietro con la cinquecento sull’isolotto di San Martino. E qualche giorno prima mi dicesti di aprire l’antologia e dentro ci mettesti un fiore. E poi mi hai preso per mano. E poi vicino al mare ti sei stretta a me e in macchina ti baciai sul collo e ne fosti felice. Ci volevamo e credo anche che non eravamo i primi e gli ultimi in una situazione del genere”. ” Forse non ci abbimao creduto abbastanza”. disse lei. “Io, invece, ci credevo eccome. E tu poi non mi hai dimostrato nulla. Eri attaccato al verbo di tuo padre che disse a mia madre che era una cosa che non si poteva fare. E in quell’estate, mentre morivo, te andasti in vacanza per una settmana prima a Pozzuoli(salii sulla metro e venni a ceracrti) e poi per due mesi a Ischia, mentre il cuore mi scoppiava. Volevo morire e pensai anche di fare un patto con la morte, ma lei voleva tutto, mentre io desideravo e sognavo soltanto te. Forse non lo sai e non l’hai mai saputo: per te ho pianto, ma mi trovai davanti un muro. Certo, innamorandomi, ero ancora più bambino. Ma era un’amore puro, uno di quelli che scioccamente chiami amore grande. E si mettevano pure quelle canzoni che mi portvano sempre a te, a noi, a me, quel me così innamorato e disperato. Da un lato morire e dall’latro la follia. E poi senza saperlo conobbi anche tuo fratello Gennarino a cui però non dissi nulla di noi due. Chissà forse lui avrebbe potuto aiutarmi o addirittura dirmi: ” Scappate a Roma e poi telefonate a casa. Mettete i nostri gienitori davanti al fatto compiuto”. “Sappi, anche se avevo sedici anni tu per me da un certo giorno in poi eri la luce, il mio grande amore, anche se non avevamo mai fatto l’amore. Di quello non mi preoccupavo: sarebbe venuto eccome e desiderato da tutti e due”. “Possiamo ritornare insieme e finalmente amarci, però verrai con me e andremo nella Sala del Regno di Dio”. “Allora come oggi non mi interessa né Dio né la religione che professi insieme a tuo padre e tua madre, ma soltanto tu”. E non sapremo mai se prima di salutarsi, si guardarono molto o per poco, ma da quel momento non s’incontrarono più. E nè casualmente chiesero delle proprie anime. E non è detto che l’anima dell’amore muoia al momento di morire.

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