1. Testo improvviso, forse imprevisto(pensieri attaccati tra matematica e creatività, il desiderio).

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2. Sotto testo slegato ma probabilmente ambiguo perchè interconnesso, all’epidermide. Ciò che pensi o che potresti pensare e quello che vago aleggia e che rimane ai lati e più giù giù. 3. L’amore(che occupa i nostri pensieri)si nutre per forza di cose di natura. L’amore e l’innamoramento e il sesso sono di natura come l’acqua del fiume che a monte nasce carsico come il serpeggiare della vita. Cielo che muta così i pensieri che s’infiltrano nei rapporti reali, presunti o a metà. Federico Di Nardo raccontò quella sera al Roxi bar che c’era quella donna che subito si era resa piacente e disponibile sedendosi con la gonna il cui spacco si allargava. Poi lei volle incontrarsi e insieme andarono in una pensione a ore. Lei subito iniziò a baciarlo e a raccontargli del marito con cui faceva poco e niente, anzi niente e nemmeno con desiderio, foga e piacevolezza. E poi gli racconto delle figlie: due belle ragazze diceva. Devi conoscerle assolutamente. Devono vedere di cosa sono capace. Quando poi le conobbe, ma forse già prima, lui, pensò a quale strategia miglior da usare, attraverso la loro madre innamorata, per farci, separatamente, all’amore. Che follia. Ma il pensiero non risultò affatto folle. Era un pensiero che giorno per giorno imbarca le due figlie e la madre. Mutavano gli orari.

1. Testo improvviso, forse imprevisto(pensieri attaccati tra matematica e creatività, il desiderio).

4. Io, ricordati, fondamentalmente, sono io: non puoi sbagliarti. Anche se tu volessi, non potresti menare il cane per l’aia o per i vicoli che nei vicoli se ne fanno incontri come se niente fosse. Ma se tu vai in giro come certamente ti capita, trovi tanti me. E’ lì che sono umanità come mare di onde in onde nelle onde sempiterne.

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Perché la fotografia in bianco e nero non passerà mai di moda
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4. Io, ricordati, fondamentalmente, sono io: non puoi sbagliarti. Anche se tu volessi, non potresti menare il cane per l’aia o per i vicoli che nei vicoli se ne fanno incontri come se niente fosse. Ma se tu vai in giro come certamente ti capita, trovi tanti me. E’ lì che sono umanità come mare di onde in onde nelle onde sempiterne.

Ogn’ammore tene cora ‘e balena e perdennes va nfunn’o mare. 3. Domanda non saprei fino a che punto sciocca e retorica ma fresca di prima mattina con l’arretramento di un’ora cioè al primo naturale. L’amore e l’innamoramento (infatuazione e folli insieme senza zuccheri aggiunti)hanno a che fare con la matematica da un lato e dall’altro con la creatività? E i corpi che figura disegnano tra questi due figure estreme, ovvero la matematica e la creatività. E i baci, – ‘e vase -, vasarsi -, baciarsi, sono solo versi di poesie?

Fotografia in Bianco e Nero. Teoria, pratica e perché sceglierla

Ogn ammore tene cora ‘e balena e perdennes va nfunn’o mare.

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Fun e catene teneno ‘o core prigiunier dint’o chiaror d’a luna.

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l’anema è fatta di scal e scalinatell e ce ne sta semp una ‘e chiù pe dicere: “Finalmente.

Ogn’ammore tene cora ‘e balena e perdennes va nfunn’o mare. 3. Domanda non saprei fino a che punto sciocca e retorica ma fresca di prima mattina con l’arretramento di un’ora cioè al primo naturale. L’amore e l’innamoramento (infatuazione e folli insieme senza zuccheri aggiunti)hanno a che fare con la matematica da un lato e dall’altro con la creatività? E i corpi che figura disegnano tra questi due figure estreme, ovvero la matematica e la creatività. E i baci, – ‘e vase -, vasarsi -, baciarsi, sono solo versi di poesie?

Capitolo 24.

Dedicato alle donne": la splendida poesia di Madre Teresa di Calcutta |  RestaurArs
Nonna-Nunnarella (in fotografia)da giovane. Bella comme nu sciore, accussì diceva, nonno Alfredo.

Dedicato alle nonne ! Ti ricordi del grembiule di tua Nonna ? La… -  Facciabuco.com
NONNA RACCONTAMI": UN LIBRO CON 90 DOMANDE DA REGALARE ALLE NONNE,  CUSTODENDO LA MEMORIA DI CIO' CHE SONO STATE - Linkabile

Nonna vecchia assaje, senza rient, a pelle arrugnata, chiù curtulell, ma ‘o bene quant na muntagna ca sapeva ‘e pane.

Parlammo, si acquietò. Le dissi che l’università non era così bianca e così celeste, c’era polvere, penombra e aria guasta. Però si studiava parecchio e il mio professore di glottologia aveva mostrato molta curiosità per chi come lei conosceva a fondo il napoletano. I professori, le spiegai, avevano stima per chiunque conoscesse bene qualcosa, sicché non si doveva preoccupare, mi avrebbe fatto fare sicuramente una figura splendida. Certo, non avrei avuto bisogno di lei per tutti gli esami, per italiano sicuramente no, nemmeno per grammatica greca, nemmeno per latino, ma per glottologia si, per quelle schede sì. Anzi senza di lei sicuramente avrei perso un sacco di tempo a disturbare questo e quello, meno male quindi che avevo una nonna così. Eccetera.

Piano piano si convinse, cominciò a girare tutta curva per la cucina. Si guardava intorno, apriva cassetti, sfiorava gli oggetti che le capitavano sottomano come per trarne ispirazione. Ne prese uno, era un mestolo bucherellato, e fece un sorrisetto di imbarazzo, si sforzo a pronunciare il primo vocabolo di quel nostro lavoro. Lo pronunciò in cautamente, in modo innaturale, come se – considerato che quella parola doveva servire a me – la pronuncia quotidiana non fosse adeguata, bisognasse darle un po’ di finezza. Pirciatèlla, disse, e sillabò a modo suo il vocabolo: pi-rcia-te-lla. Lo fece due tre volte , soffermandosi su -cià e soprattutto su -lla, lentamente.

Mi sembrò che stesse mettendo con la voce un belletto alla parole, per fare in modo che quando l’avessi scritta nientemeno che sulla scheda, sembrasse degna dei signori dell’università. Poi aggiunse, forzandosi a usare anche un po’ di italiano come se, rivolgendosi a me, si rivolgesse ai professori o alla glottologia stessa: è comm’a votapèsc – vo-tap-sce-, che fa percià l’uoglie della frittura dalla mensola tutta bucata, o comm’a scolapasta -sco-la-pa-sta -, che i buchi fanno sculà l’acqua, o comm’a pirciatèlla della macchinetta do ccafè, che scende l’acqua scura ed è ccafè – ca-fè-, o comm’e pirciatièlli – pi-rciatie -lli-, ‘o maccaronebbuchill, guagliò, pirciàto, da pircià, la colatura che viene dalle cose bucate, escrìtt?

Avevo scritto, in fretta, a matita: pirciatèlla, votapesce, uoglie, skolapaste, cafè, pirciàtelle, percià, perciate. E altre parole arrivarono subito dopo, una catena di suoni sempre meno timorosi. Ne fui contento e insieme sconcertato. Mia nonna – mi sembrò – si stava come raddrizzando. pareva che in lei ci fosse davvero un accumulo di metallo sonoro e che ora quel metallo s”andasse infuocando di frase in frase. agendo sugli, sulla mobilità del viso, sulla sua stessa struttura ossea. Questo mi colpì positivamente, e tuttavia mi disturbò il confuso sforzo nobilitante che lei mi stava imponendo.

Parla normale, le dissi subito, già quando cominciò con la pirciatella. Ma a lei, in quel momento, la normalità sembrava una diminuzione, e restasse. Mise, per esempio, le finali a tutte le parole che seguirono, cocciutamente – rattacàsa, caccavèlla, tièlla, tiàna, buttèglia, macinièllo -, e fu quella la cosa che mi indispettì di più. Chisto è ‘o macinièllo, diceva, e io sentivo un disagio, quasi un malessere, in principio senza ragione.

Presto però fu il mio stesso dispiacere a orientarmi. Avevo sempre detestato, del dialetto, l’assenza delle finali, quel loro perdersi in un suono indistinto. Mio padre, che so, strillava con mia madre – addò cazze si ghiute accussì ‘mpernacchiata? -, e le parole gelose si slanciavano da lui a lei cercando di colpirla con z, con t, che annaspavano senza vocale, denti che volevano azzannare e invece mordevano ferocemente l’aria

Domenico Starnone Vita mortale e immortale della bambina di Milano pagg. 111,112, 113

Capitolo 24.

La scrittura. O sedersi e scrivere, mettendo i piedi in avanti

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Secondo me, che sarei io, decisamente io, perchè non posso evitare di dire io, se tieni qualcosa ncapa, intorno e dentro la testa, devi scrivere. Devi scrivere, altrimenti niente. Se non scrivi non sei neanche un poco uno scrittore. Se non sei neppure uno scrittore stai proprio accis, ucciso. Stare ucciso non ti completa. E non solo, perchè quando muori(statt attient) sei incompiuto, ma una specie di buco nero di cui possiamo pensare di tutto, ma non sappiamo niente. E un sacco di te rimane così, sospeso che sia le gente che il tuo io avranno ricordi e un costrutto nebulosi tipo una nebbia fitta e diffusa che ti impedisce di vedere persino a un metro. E -, statt attient -, succede che non sai dove metti i piedi.

La scrittura. O sedersi e scrivere, mettendo i piedi in avanti

‘E parol ce steveno comme suon e ce stanno ancora e te chiamano. Fa’ silenzio: sient chiù chello ca dicenno pecchè se perdono dint’a l’aria. ‘A vita, spiss, è nu suono, nu mumento. Tienel, accussì, stretta-stretta. L’uocchie, nu sguardo, nu sorriso accennato, na llacreme ca nun sponta, nu penzier carnale è musica, chella sospesa ca tu, senza essere nu musicista, scriva assaie. Si puo’ luvà liev: nun mettere ati cose ‘e cchiù; l’aria e l’acqua so’ chiù necessarie comme nu salario di fame e na casa appena pe durmì. Ma chest so’ cosa ca nun stanno nè ncielo nè terra. Pirciò le devi afferrare …

‘E parol ce steveno comme suon e ce stanno ancora e te chiamano. Fa’ silenzio: sient chiù chello ca dicenno pecchè se perdono dint’a l’aria. ‘A vita, spiss, è nu suono, nu mumento. Tienel, accussì, stretta-stretta. L’uocchie, nu sguardo, nu sorriso accennato, na llacreme ca nun sponta, nu penzier carnale è musica, chella sospesa ca tu, senza essere nu musicista, scriva assaie. Si puo’ luvà liev: nun mettere ati cose ‘e cchiù; l’aria e l’acqua so’ chiù necessarie comme nu salario di fame e na casa appena pe durmì. Ma chest so’ cosa ca nun stanno nè ncielo nè terra. Pirciò le devi afferrare …

Ma quei suoni affollati di mia nonna

I baci famosi più belli nella storia della fotografia • Fotografia

Un giro del mondo a prova di bacio

…Ma quei suoni affollati di mia nonna non erano riducibili a nessuna bella e buona pagina, la letteratura si ritraeva, si si ritraeva l’alfabeto, anche la grafia fonetica. Ci fu un momento – mi sembrò – in cui non parlava più soltanto lei, parlava sua madre, sua nonna, la bisnonna, e dicevano parole che suonavano prebabeliche , parole della terra, delle piante, degli umori, del sangue, dei lavori, il vocabolario delle fatiche che aveva fatto, il vocabolario delle malattie gravi dei bambini e degli adulti. L’artèteca – diceva/dicevano -, un’inquietudine insopportabile che non si sa come calmare; i rescenziell, un precipitare convulso, a occhi smerzati, nello svenimento; e l’ammore, il bacio, ‘o vase, ah vasarsi, guagliò , nuncestanientecaèbellocommenuvase, tutt’abbracciati, stritt-stritt, e si nun capisce cos’è vasarsi, chesturiaffà?

Domenico Starnone,Vita mortale e immortale della bambina di Milano, pagg.118

Ma quei suoni affollati di mia nonna