La bestia affamata sentimento quale noi… siamo.

Mangiavo che mi vedevi con i tuoi occhi fissi. E al 95% non eri seduta lì di fronte a me come quando una coppia e tutte le coppie del mondo si siedono a tavola, conversano e mangiano, amabilmente. Eccetto il restante 5%: il nero veleno, nello stomaco, nelle vene. E capita che non si capisce in quale pozzo finisca.

Sortivi, ripetuta, nelle mie deglutizioni, c’eri o non c’eri, ma se è per questo non c’eri mai: sempre assente la tua soffocante presenza ideale. E sorridevi: è così che ti ho sempre vista; certo una volta avevi, era di mattina, il viso rabbuiato, ma per il resto, i tuoi occhi, il tuo viso e quel sorriso, quando entravi dov’ero anch’io, tutto si illuminava, perché tu eri la luce. E quando sembravi scostante, comunque, senza guardarmi, ma sapevi che ti bramavo, intanto soffrivo la tua assenza, la tua mancata vicinanza accanto a me; e, chiedevi, senza fiatare, di fianco o anche di spalle, di non farti del male. Io farti del male? E tu, tu a me, hai chiesto, e ti sei domandata se mi facevi del male e innanzitutto quanto? Cioè di quanto scendevi nella mia anima e la devastavi perché non mi prendevi la mano per passeggiare insieme? Tu, forse no che non ricordi, però, tu a me hai fatto tanto ma tanto male da squartarmi, nel terremoto dell’anima, solo vedendoti spuntare da lontano e aprire la porta. E mi hai fatto qualcosa, pur senza vederci, da farmi risultare anemico, a tal punto da diventare un caso inspiegabile per la medicina. Tu mi dici, e credo però che sia un’accusa bella e buona, anzi né bella e né buona, che con me non mai intavolato un discorso minimo, o una bella esaustiva chiacchierata, ma solo qualche saluto, frasi smozzicate, tronche e sorrisi qua e là, giusto per tenere l’imbarazzo a distanza e le solite maniere del buon giorno e arrivederci. E da oggi e per altri quattro lunghi giorni, per mia fortuna infinita, sarai a pranzo con me … di sera, mentre le luci calano soffuse e la dolcezza mi pervade: sarai con me, nel mio piatto. Cinque volte mangiavo te, per sempre, a cadenza di battiti. A volte era anche inganno e lì la danza diventava accecante e furiosa.

Be’, non so se mi avete presente, forse nessuno, nemmeno quelli della strada in cui abito. Mi chiamo Gino, ironia della sorte, di cognome faccio Dell’Amore. Si, la vita è beffarda. Come la fame che ti mangia.

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