Quando mia madre rammendava i miei calzini accadeva una cosa stranissima: volavo, ed era bellissimo. Nonostante la distanza da terra, vedevo tutto: l’ago, il filo di cotone e le sue lacrime di paura e gioia. E sentii dire:- Figlio mio finalmente sei un angelo -. Ridiscesi a terra, le sorrisi e l’abbracciai. E subito scappai nel vicolo.*

*Nota bene. Quella sopra è la prima versione, quest’altra in basso, la seconda che ho inviato a un gruppo di amiche e amici che a loro volta stanno postando altri scritti.

Quando Michelina Mauro, la mamma di Andrea Sgueglia, gli rammendava i calzini, accedeva una cosa stranissima: Andrea sentiva caldo o fresco ai piedi, a seconda della stagione e volava e a vederlo era una cosa paurosa e bellissima. E nonostante la distanza da terra, lui diceva che vedeva tutto: la testa dai capelli neri di sua madre con la scriminatura al centro, l’ago, il filo di cotone e le mani, laboriose e precise e le lacrime di paura e gioia. E mentre Andrea era lassù che volava udì:- Figlio mio, ora sei un angelo -.

Andrea Sgueglia ridiscese a terra, sui basoli del vicolo, alzando un po’ di polvere e cartacce, le sorrise e l’abbracciò, ma subito corse dai suoi amici, la banda dei suricilli, nominata così, perché capaci di entrare dappertutto, figurarsi nel palazzo sgarrupato dove una volta c’era il forno del pane il cui profumo la mattina entrava in tutti i vasci.

Era il buon giorno alla vita brulicante di quei corpi e alla fame, tanta, ma anche disperata, e nonostante le ristrettezze, bella e dura, nella sua scarna, feroce nudità.

Quando mia madre rammendava i miei calzini accadeva una cosa stranissima: volavo, ed era bellissimo. Nonostante la distanza da terra, vedevo tutto: l’ago, il filo di cotone e le sue lacrime di paura e gioia. E sentii dire:- Figlio mio finalmente sei un angelo -. Ridiscesi a terra, le sorrisi e l’abbracciai. E subito scappai nel vicolo.*

Il sogno, Aristotele e le regole di base delle tre esse.

Immagine correlataRisultati immagini per quadri dell'uomo che sognaRisultati immagini per immagini di sogni

Questa notte ho sognato Aristotele. Il luogo non so cosa fosse e dove si trovasse. Forse un

cortile di ospedale o di una fabbrica o una zona in prossimità del mare da cui giungeva

la risacca e voci sommesse di creature alate. Forse era una casa molto spaziosa attrezzata

a ricevere delle altre persone. Una sorte di convivio. Forse si mangiava anche ma non

c’erano ancora i preparativi.

A un certo punto Aristotele si è alzato e ha detto:- Ethos, pathos e logos -.

Da qualche parte, in precedenza, avevo letto il significato di quelle parole e cioè:

Credibilità, emozione, ragionamento.

Mi sono alzato anch’io o forse ero appena entrata in quel luogo da un viale sterrato e ho

detto: – Aramis, Porthos e D’Artagnan -.

Il Maestro mi ha sorriso e ha detto:- Con le regole delle tre esse D’Artagnan non c’entra-.

Come al solito il Maestro aveva ragione e dopo aver riflettutto brevemente come in preda

a un raptus ho detto Atos, anche se mancante della h-.

-Bravo-. ha detto sorridente ma forse era già andato via disegnando una scia di sogno.

 

Il sogno, Aristotele e le regole di base delle tre esse.

L’inviato del tempo nel concerto di voci dell’opera dei giorni nostri con finale dialettale sulla scena di un omicidio in una stazione della Cumana.

Quadri di Antonio Mancini

‘O prevetariello

Risultati immagini per quadri di mancini

Risultati immagini per quadri di mancini

Immagine correlata

L’inviato del tempo nel concerto di voci

Ah, si … quel … come stai?

Eppure sono passate poche ore, tutt’al più dodici.

Così l’animo sembra provenire

da mondi assai lontani…

territori di galassie,

stelle e pianeti, muti e rutilanti.

Eh… come stai?

Distanze, lontananze e sentimenti.

Risuonava

nelle orecchie il timore, la paura di essere

sopraffatti dal battito del cuore.

Lo ascolti quando

di fianco appoggi la faccia

sul cuscino

e,

guardi,

il sonno dormire.

                                                                                                       ***

                                                        “Poiché gli piace di trovare, scrivere inizi,

tende a moltiplicare questo piacere:

ecco perché scrive dei frammenti:

tanti frammenti, tanti inizi, altrettanti

piaceri”.
Roland Barthes

***

                                                                          Come stai?

***

“Vorrei scrivere un libro che fosse solo un incipit che mantenesse per tutta la sua durata la potenzialità dell’inizio, l’attesa ancora senza oggetto”. I. Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, Torino 1979

                                                                        A mia volta chiedo:

                                                                             Tu sei un inizio,

                                         un incipit, una storia, una bacio, una piuma appena, un vestito rosso.

Un tramite: un amo per la mia, la tua, la nostra bocca, le tue labbra rosse  come il sangue.

Abbocchiamo insieme mentre le parole fluiscono distanze, domande, chicchessia di noi

due in modalità di cifre, destini, ore serali e risvegli notturni, atmosfere febbricitanti

barocco cuore, amori di vecchi e nuovi di cardiopatici d’incalliti amanti lussuriosi,

portatori sani di peace mecker adolescenti?

Dimmi che non scrivi,

e ti dirò chi non sei.

Scrivi e saprai il luogo in cui

ti trovi agonizzante.


E, io, … servo … scrivo …

“Particolare considerazione meritano le prime parole. Sono esse che rompono il silenzio, insopportabile alla comunità degli uomini, e attivano una comunicazione, stabiliscono una prima intesa… Grazie alle prime parole, tutte quelle che loro succederanno potranno vivere più facilmente…” C. Riccardo,

Le letture di Ludmilla. Note sugli incipit,

in “Il Ponte”, LII/9 (1996), pp.98-116

servo nei gangli

delle ruote

a schiacciamento

pressurizzato

del mondo

dell’economia,

servo,

mio malgrado,

(anche se allietato

della ricerca fitta

& affannosa

dell’amore

Sacro e Profano

E a buon mercato)

del Potere,

Centrale e Periferico

Repressivo, sciamannato e

Alla son fra sò,

cioè come viene, viene

ti ringrazio

per l’interessamento…

comunque,

giusto per fare il punto

e, semmai chiarire…

l’equivoco…

o ancora dell’altro..

a chicchessia…chiarire,

me compreso,

e innanzitutto(te).

io non ho un “mia” casa,

in cui:

custodirmi,

caverinizzarmi,

murarmi, cellularmi,

incasellarmi, nicchiarmi,

proprietarmi alla massima

potenza,

pubblicamente,

con atto notarile specifico,

e scrivere/scrivermi,

scriverti/scriverci,

non tanto sul corpo,

visto che il corpo parla e straparla

a partire dalla scrittura orale e gestuale,

ma scrivere/scrivermi/scriversi

in faccia

alla maniera degli indigeni

antropofagi

e

dei pugili dell’Occidente

civilizzato

e dei mercanti delle braccia

sul naso, gli zigomi, il mento,

le arcate sopraccigliari,

l’interno del setto nasale,

opportunamente devastato,

la testa(Ramon, al cuore.

Colpisci al cuore, Ramon, diceva

il personaggio principale in un western tutto Italy),

la scatola cranica, il cervello

con le sue sinapsi e le connessioni

spazio-temporali…il raziocino

e chillu stronzo d’o core

fisico ed emozionale,

fino nell’occhio,

scriversi,

“Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo

a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo […]

il mondo dato in blocco, senza né un prima né un poi,

il mondo come memoria individuale e come potenzialità

implicita […]. Ogni volta l’inizio è quel momento

di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore

è l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili,

in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia

che ha deciso di raccontare”.
I. Calvino,
Lezioni americane, Mondadori, Milano, 2000,

Appendice (Grazie a Zop per la segnalazione

dentro e oltre lo spoglio

arido giardino(proprietario)

dell’anima;

e, quindi…postare,

alla buonora,

come alla cattiva.

per esempio,

quando gli assassini uccidono.

(Questi sono inizi…

luoghi d’un tempo infinito.

Inizi presenti – futuri,

con gli addentellati

nel passato di ogni memoria.

Inizi di ciò che siamo

e non vorremmo essere

e di cui ci accontentiamo

imbastendo le capriole

del convincimento

dei sentimenti

che, come termiti

mangiucchiano,

trapano, segano.

Inizi & e fine

di imperi

vecchi e nuovi,

feroci e scalcagnati.

“Si può dire che tutti i suoi romanzi [di Gadda] siano rimasti allo stato d’opere incompiuto o di frammenti, come rovine d’ambiziosi progetti, che conservano i segni dello sfarzo e della cura

meticolosa con cui furono concepite”.
I. Calvino,
Lezioni americane, Mondadori, Milano, 2000

Inizi di popoli in fuga.

E, eterna rovina come il Tempo.

Il Tempo Immobile di Sfinge.

Caduti tra rovine

Che mai più risorgeranno.

Conventi e chiese in cui i nostri

Genitori hanno pianto lacrime

trattenute. E castelli d’ogni stile

ricostruiti sulle macerie al tempo

del fuoco, del ferro e del sangue,

il tempo che fugge immobile

stele nell’universo mondo;

il tempo

che rimane uguale a se stesso

come un giuramento…

sgretolato dal tempo

inclemente;

il tempo

andato a male e…

rancido

di metallo in bocca

che brutto sapore il risveglio;

il tempo un eternità eterna,

a cui nessuno ha il coraggio

di dirgli in faccia e sui baffi:

– Stai barando da una vita –

Inizi di parole, frasi, racconti,

romanzi e poesie…abortiti…

(Cosa è il tempo?

L’immutabilità?

Il tempo non è altro

Che lo svuotamento

Dei meccanismi … Di ogni meccanismo.

Il tempo è il corpo umano devastato dalle necessità)

Prendere appunti, scrivere,

bloggare…mettersi in rete…

postare,

ci postiamo in faccia,

spesso senza conoscerci,

come se a parlare fossero le anime con le turbine della materia.

Scrivendo in un corpo a corpo

Invisibile…virtuale…

(chi sei tu,

chi sono io,

chi siete voi,

chi in realtà/verità

siamo tutti quanti

tutti…)

è dall’’equivoco in poi

che sono precipitate

precipitosamente,

mentre escono

i giornali del mattino, tutte

le cose

della/mia/nostra/ vita.

Ti ho scambiata per un’altra

Nelle parole e nei sentimenti

Degli occhi e del sangue,

no che non ti rispettassi

nel sacro cuore vicendevole.

Poi,

una pagina dopo l’altra

da quel maledetto

giorno del 26 maggio

‘o mese d’e rrose

Da quando uccisero Trocu

E scrissi quelle parole

Col favore del vento

Addò nasce ‘o viento,

ncopp’e pprete d’o munno

sta scritto come ‘e pparole

ncopp’a rena, vicine ‘a ll’onna

d’o mare:

Ecco, lo straniero, artista suonatore ambulante

ammazzato a Napoli sotto la stazione della Cumana di Montesanto

sentiamo quel che dice mentre trapassa:

My name is Trocu

me hanno sparatu
tre colpe d’e pistula
e accussì,
confuso,

ancora co la musica

nelle dita
d’e canzune

talieneapolitane
dinto li recchie,
circavo cu ll’uocchie di scapparu
cu la fisarmonica
d’e mea musica tzitana,

(my namme mio is Trocu)


due guaglioni cu la maglie
de la squadre de pallone
d’o Napoles
me hanno ‘nfelato,

currennemo addereto,

e,

sparanno

acca e a llà

ca me venuta lo fiato gruosso,

è trasuta
na cortella

sopra
lo fianco
dentro – dentro
arriavando
comme viento frisco
diritto ne’ lo core


ca me stavo cu Mirela

svermenato di paura assai

(my namme mio is Trocu)

e,
lo core mio,

criaturo e guaglione,
come un orologio

s’è fermato,


comme nu giocattolo
s’è scamazzato

comme ‘na machina
fusa
s’è squagliata
comme la pece

ca de lo sangue mio

sentivo ll’addore,

e, isso,

guappo, strunzo e assassino


traseva dinto ‘o naso

il sangue
surgeva
sbucava

russo, russo
‘a ‘na strada
‘nu viculu
‘nu funnacu
‘na chiazza

e lu corpo mio

ca nun me rispunneva
si è fatto bianco janco
e, attuorno, attuorno jancu jancu

le voci de lo popolo

luntane, luntane

(my namme mio is Trocu)

li mamme ‘e Montesanto aggradavano

cu li facce janche: – Lu figlio mio carnale –
Li pparole migranti d’emigranti azzannanti.

ninte cchiù, nianco ‘na nticchia,

nimmanco e nippure

e cchiù – cchiù

– ‘o criaturo s’è magnato tutt’o pappone –

nulla di più
a-blì-blò-o la-lince-la-lance
tanti sciori ci stanno ‘n Francia

terra in dove fui sgravato

ma di sangue
luntano sono
de lo mi sangue

nasciuti


luntana è la terra mia
de lo mi sangue,

e,
comme diceno ccà,

nzieme a mme
è muorto lo mio sciato,

no cchiù,

mai cchiù arrisciatato.
‘na lacrima di sangue

ca io stevo di casa

a vico Lepre Ventaglieri
nummero…e pagavo
pe’ nu vascio
di una sola stanza
quattrociento
si quattrociento euro

a lu mese

e,

sunanno pe li strade

chin’e munnezza
e pagando

li quattucientos turnese
io pure,

zingaro di merda,
nu poco ‘e bbene
l’aggio dato.

pavato.

(my namme mio is Trocu).

Quattucient’anni songo passati

Ca aggio malepatuto ‘a morte.

Dovrei iniziare un’altra vita

E, in verità, ll’aggio fatto:

songo…

addivintato n’assassino…

doppo ll’uccisione e Trocu.

Ma comme,

me putessive dicere:

Pe’ te vendicà e ffa nu poco

di pulizia di questi quattro

chiaviche di mmerda hai

aspettato la morte e nu

disgraziato straniero?

Chiste accideno,

ogni gghiurno,

nu cuofeno ‘e ggente,

prievete, giurnaliste

e camurriste nemice

e a ggente mmiezzo a via

o affacciata ‘o balcone

ca nun c’azzecca niente

d’e guerre d’e bbande…

e tu,

aspiette a morte ‘e Trocu

pe’ lluvà a miezo sti latrine.

O addirittura ti rifai

a due racconti:

Madreterra, non pubblicato,

e Stellamadre, per l’iniziativa

di un anno fa e, fa tutta una

ammascafrancesca

per raccontarci l’il tuo equivoco,

                                                             di cui a noi

non toglie e non ci regala niente.

 

L’inviato del tempo nel concerto di voci dell’opera dei giorni nostri con finale dialettale sulla scena di un omicidio in una stazione della Cumana.

I bambini, le parole, i giochi, l’alfabeto della vita e le esistenze di luci che lente tacciono. E l’amico Serravalle scrive un libro senza fogli e inchiostro. Così solo il sole, la luna, le stelle e le nuvole riescono a leggere ciò che ha lasciato sulle pietre. E dal cosmo s’odono ali di lacrime bambine.

Quadri di Antonio Mancini

Risultati immagini per quadri di manciniRisultati immagini per quadri di manciniImmagine correlata

I bambini, le parole, i giochi, l’alfabeto della vita e le esistenze di luci che lente tacciono. E l’amico Serravalle scrive un libro senza fogli e inchiostro. Così solo il sole, la luna, le stelle e le nuvole riescono a leggere ciò che ha lasciato sulle pietre. E dal cosmo s’odono ali di lacrime bambine.