L’addio autodidatta del bambino nero

L’immagine, la figura di un bambino, sporco e lercio con indosso un vestito di stracci, e si dovrebbe dire solo bambino, ma è un bambino nero, quindi doppiamente trasfigurata dalla presenza assenza. Immagine o figura, non corpo, solo un disegno che lo straccio imbevuto d’acqua e il trascorrere del tempo calpestato dai piedi indaffarati o svelti e in ritardo di chi sale e chi scende scale cancellerà. Il bambino che non esiste è seduto sull’ultimo gradino, ancora una volta, forse per l’ultima volta. Calza scarpe di plastica o di cartone. Le braccia lungo i fianchi e le mani sull’ultimo gradino. Ha gli occhi chiusi. La bocca serrata in un addio autodidatta. E consuma senza calore umano né  del cibo nel silenzio la storia di chi fu, è la breve esistenza e non sarà che un immagine, una figura.

L’addio autodidatta del bambino nero

Donna vestita in un esterno

Una giovane donna con cappello a falda larga indossa un vestito dal colore celestino che rafforza l’intima trasparenza. E’ estate e il sole pennella di giallo e di fuoco le strade. La donna è sull’ultimo gradino di un palazzo che prima dell’ingresso ha due colonne laterali e su quella alla sua destra poggia la mano e fa aderire l’avambraccio come a rafforzare la sua posa che ha un che di maestoso. Alla destra della giovane c’è una finestra aperta e buia con la tendine svolazzante risucchiata verso l’interno buio di una stanza aperta, anch’essa dello stesso colore del vestito della donna. Anche il colore del palazzo, delle colonne, dei gradini e della strada si avvicinano alla tendina e al colore del vestito della giovane, in certe parti sono si usurati ma tendono al grigio. Sulle quattro scale giace l’ombra dell’unica figura umana. Ha i capelli rossi che le cadono appena sulle spalle per rifluire all’indietro. I seni sono piccoli ma sodi, si vedono i capezzoli induriti dal vento. Bocca carnosa, pittate col rosso, naso dritto e occhi in ombra che guardano avanti forse in attesa di una schiarita che tarda a manifestarsi. La gambe sono forti, partano dalle caviglie come di piedi pronti a slanciarsi. Calza scarpe nere con tacchi medi. La mano sinistra semicoperta dal vestito è posta lungo la gamba. Rimbomba l’assenza di parole.

Donna vestita in un esterno

Dduje vicchiariell’

Dduje vicchiarielle, forse marito e mugliera,
o dduje antichi amanti che hanno sfidato
‘o munno p’ammore; dduje baston’,
e ‘na busta d’a spesa mmiez’:
i figli stann’ luntan’ o nun song’ mai nati.

Si stanno avviando sotto ‘o sole e con i vestiti
in ordine ‘ncopp’a ll’urdema sagliuta: dint’a casa
ce stà penombra e frischezza, pace e silenzio.
E forse si sentono solo le voci dei loro bambini.

Quelli veri e quelli immaginari, entrambi amatissimi.

Dduje vicchiariell’

Donna nuda in un interno

E’ mattino, nella stanza poca luce, eppure la finestra grande è del tutto spalancata. Anche la tenda è stata tirata verso l’interno. La donna nuda è seduta nella poltrona di fronte alla finestra. Il lume sulla tavola è spento ed è di un colore scuro tra il rosso scuro e il marrone. Bisognerebbe forse indagare per vederlo bene. Alle spalle della donna c’è una porta con la tenda chiusa che lascia filtrare appena una fascetta di luce che non incide e c’è un mobiletto, probabilmente una scarpiera e più su alla parete è appeso un quadro in cui si distingue solo l’ampia cornice bianca. La donna indossa solo un paio di scarpe basse, senza fronzoli. Pantofole forse?macché. La donna dai capelli folti e ramati o forse rossi in origine, ha i gomiti appoggiati sulle sue ginocchia. Ha una carnagione lattea e non è grassa. Lei è quasi di profilo e i capelli lunghi le coprono il viso; si scorge appena la punta del naso. Guarda fuori, come in attesa, teme l’incrinatura di un forte acquazzone.

Donna nuda in un interno

Le parole dalla fantasia alla realtà

Girano girano senza orli queste parole che sono tutte le parole del mondo senza freno. Vanno come i bambini nei parchi, specie in quelli piccoli anche se i grandi fanno assai la gioia dell’avventura che mischia sorpresa e paura, laddove lo spazio si confonde con la luce e le grida nella polvere. Partono vicinissime le parole come da un punto sempre ben preciso, incagliate e scarnite nel silenzio del procedere a tentoni nella carne, tra gli occhi e le mani, il sangue che scorre e fonde il non detto che rimane sospeso come i baci mai dati e ciò che si dice che scorre come acqua di fiume;eppure le parole volano via come le carte che il vento solleva in strada in quei turbini a spirale, in cui si scende e si sale. E le parole si sporcano le mani nella rincorsa con le immagini dalla fantasia alla realtà.

Le parole dalla fantasia alla realtà

Il pianto

Il pianto si arrampica dappertutto. Non conosce confini, e, nessuno può fermarlo. Il pianto è piccolo piccolo poi diventa oceano. E sbuca da tutte le parti e come le radici ramifica dentro, scendo nei pozzi profondi della pelle e poi risale inarrestabile come il volo dell’aquila al nido. Tutti conoscono il pianto, lo sentono dentro e poi lo guardano in faccia, cercando, a volte, di non vederlo. Lui però sa bene come non farsi ingannare anche quando c’è, nei casi disperati, una strategia dell’artificio, per commuovere il debole cuore e la benevolenza altrui. Il pianto ha le ore contate quando è falso e tende all’inganno, ma è un pianto triste e funesto per chi lo pratica scientemente. Si ritorcerà contro con l’abbandono. Il pianto non si vergogna quando ingrana. E svetta sulle labbra.

Il pianto