Sotto il lampione

Costeggiando il parapetto sul lungo fiume passeggiavamo disordinatamente abbracciati da perfetti innamorati. Ammirando il tuo impareggiabile neo sulle labbra. Ci spingevamo lontano, non solo sull’altra riva. Il sole faceva ancora capolino indorando i vetri delle finestre. Poi ci fermavamo sotto il lampione e i nostri sguardi curavano i fiori delle nostre anime. Le onde del cuore correvano come bambini. I rami e le foglie, persino quelle selvatiche, fremevano frusciando. E noi a tenere nelle mani a coppe l’acqua della sorgente. Il monte e il sole e il ponte stesso così lontani erano gli orizzonti valicabili del sogno. E guardo ancora lì. Nella polvere che alza il vento imbronciato. E ascolto la tua voce.

Sotto il lampione

Le parole stringate in petto

 

Viene un sospiro che anche se bello ampio,

suona a morte. Preme un respiro ai lati.

Un ricordo batte l’incudine del cuore.

Guardo l’occhio in fuga. Traggo il volo nell’anima.

Parla l’orizzonte rasoterra. Viene un fiotto di sangue;

Volesse il cuore portare in seno il trattenuto, di lacci invisibili.

Ancora una volta. E le parole, semplici vocali,

consonanti di frasi sfatte. Una volta per sempre.

Le parole hanno il tuo perdersi.

Hanno anelli nella sabbia.

Hanno nelle vele il vento azzoppato.

Le parole hanno ricordi di sale.

Hanno dello zucchero l’amaro.

Le parole la linfa mutevole.

Hanno il pane dell’impasto.

Hanno lo scioglilingua delle mani.

Le parole stringate in petto

Napoli, il cibo e le foglie di verdure

Qualche sera fa, distrattamente, ero nella stanza da letto d’avanti al computer, ma riesco a sentire quando la Tv è accesa, a volte è così che ascolto il Tg delle 19.00, nella trasmissione di Fabrizio Frizzi, il quale ha posto una domanda a un concorrente: I napoletani erano definiti dei mangia foglie o dei mangia maccheroni?

Era una domanda tranello. Infatti, dai diffusi luoghi comuni, chiunque, persino molti napoletani di oggi, me compreso, avrebbe detto: -Mangia maccheroni.- Ebbene, la risposta esatta, data da Frizzi è stata: I napoletani erano chiamati dei mangia foglie.

Adesso non so se sia ancora così, ma posso dire che quando vado dal Peppino il fruttivendolo, che è giovane ma tiene ‘na panza accussì e tra le cose che ingurgita, persino in piena notte, c’è molta mozzarella tra cui ‘a zizza di Battipaglia di cui si abboffa; che, oltre al panzone, ha una grossa cintura ballonzolante di grasso intorno alla vita. Lui, Peppino, mangia poca o niente frutta, mentre la verdura cucinata in tutti i modi. Gli altri clienti anch’essi comprano verdura.

A dire la verità, mi fa piacere che i nostri avi fossero dei mangia foglie. Dovremmo mangiare più frutta e verdura, piuttosto che consumare pasta e pane, oltre che dolci, merendine e tutte quelle altre farinacei che ci fanno ingrassare e ammalare.

Napoli, il cibo e le foglie di verdure

Ninuzzo

Ninuzzo

 

Stà sul’ sul’ stù criature: va a scola

scennenno ‘a ‘ncopp’a discesa.

Fa friddo, ma tene ‘a sciarpetella,

e dduje cappiell’:chill’e lana e chillo d’o giaccone.

Cazunciell’ e scarpetell’: sta tutto cummigliato,

tene fora solo ll’ucchietiell’ e ‘e manelle:chella sinistra

mantene ‘a cartella, chella è ‘na vota, ‘na cartella ‘e cartone,

cioè migrante. E dint’ tene ‘na mela e nu cuzz’tiello ‘e pane.

Però, Ninuzzo invece di scendere, adda saglì: accussì

piccirillo adda saglì comme si ‘a vita fosse ‘nu treno,

‘nu grattacielo, ma che dico, le Ande, i Pirenei, ‘o Monte Bianco,

‘o Monte Rosa, gli Appennini, ‘o Vesuvio: ‘a via d’o mar’.

E comm’ ‘na litania ‘a vecchia recita ‘o rusario:

-Pe’ mar’ nun ce stanno taverne.-

E dint’o core, senza sciatà, essa penza:-Povero figlio mio.-

Ninuzzo

Ritratti immaginari

Lei è bellissima: ha la testa piccola, proporzionato al resto del corpo sinuoso, fasciato di nero come i suoi occhi e i capelli con la scriminatura al centro del capo e, ansimando, aggrada, col sudore che imperla la fronte e lo scavo dei seni floridi di vita, continua ad ascendere centinaia di scale fino all’Himalaya. Il sole è alle sue spalle, a proteggerla dai venti stranamente improvvisi. Il collo è impreziosito da un collana color corallo come le labbra carnose. Una donna, presa alle spalle, dai capelli bianchi, e vestita a lutto, per chi sa quale tipo di morte abbia colpito la sua famiglia, eccettuato il bianco grembiule da cucina, la guarda, sapendo che non si fermerà da lei. La giovane donna ha le mani ai fianchi come a tirare su la gonna che le intralcia i passi e una borsetta nella mano sinistra. A una ventina di scale più sopra c’è un albergo con vista mozzafiato. Qualcuno nella stanza n. 12, al secondo piano, trepidante l’aspetta. Un amico sposato ha delle delle scottanti rivelazioni, o un amante pericoloso, o un uomo attempato, assai rispettato, di cui è meglio non fare il nome. Lei, accaldata, eccitata, è bellissima. Tutti la conoscono col nome di Desideria.

Ritratti immaginari

Ancora al Tabe Mode Bistrot

Oppure, lui, l’umo che manca, si è recato in bagno:non reggeva più, troppa birra. Forse l’uomo in questione è affetto da diabete. E ciò lo fa urinare a tutte le ore. Un tormento. Però con un po’ di sport e una dieta appropriata potrebbe anche guarire…ma forse anche questo è un mistero a tutto tondo. Da quelle parti si aggirava furtivo e scaltro l’occhio indagatore di George Simenon che tutti sappiamo una buona forchetta e gran bevitore di birra spillata. No, il mistero s’infittisce: forse confondiamo il romanziere con uno dei suoi personaggi principali, anzi il primo tra tutti, il commissario, old style, Maigret. Finzione, fantasia e la cruda…realtà.

Ancora al Tabe Mode Bistrot